Gelesi, colpito finalmente l'asse Gela-Genova-Varese... (e si poteva fare anni fa)

Scritto da Ufficio di Presidenza
Sandro EMMANUELLO, uno degli arrestati...Un altro passo avanti è stato compiuto contro quell'ancora consolidata attività al nord del gruppo mafioso che tra i clan Rinzivillo ed Emmanuello ha garantito a Cosa Nostra di perpetuare l'attività criminale e l'inquinamento dell'economia locale.


E' l'Operazione TETRAGONA, coordinata dalla DDA di Caltanissetta ed eseguita dallo SCO della Polizia di Stato, che a seguito di una lunga indagine di Sco e Gdf, ha portato all'esecuzione di 63 ordinanze di custodia cautelare in carcere e la disposizione del sequestro dei beni, tra cui ville, appartamenti ed aziende per un valore di oltre 10 milioni di euro.

Tra i nomi che spiccano, per Genova, vi sono i noti Vincenzo MORSO, Emanuele MONACHELLA e il cumpare Nunzio DI GENNARO, tutti già "mappati" anni fa dal GICO di Genova, insieme agli altri esponenti della "decina" riorganizzata e rafforzata (con anche un nuovo gruppo di fuoco) dopo i colpi inflitti al clan MADONIA nei primi anni Novanta...



Quell'indagine del GICO di Genova era riuscita a "penetrare" l'organizzazione mafiosa a cavallo del dominio indiscusso del boss Daniele EMMANUELLO alla riorganizzazione conseguente alla sua morte, durante il tentativo di fuga. Già allora quei nomi di MORSO e MONACHELLA spiccavano, così come quello, ad esempio, dei CALVO e dei LA ROSA... così come già allora si era individuata la capacità, rimasta intatta per i "gelesi", di importare droga direttamente, senza mediazione da parte della 'Ndrangheta. Allora furono "fotografati" i legami con la mafia albanese, sino ai due capi al vertice di questa che, da oltre Adriatico, gestivano i rapporti.

In quell'indagine emergeva anche il rapporto creatosi tra la vecchia "banda degli ergastolani", con, ad esempio, Marietto ROSSI, e la "decina" gelese. Così come già allora si era scoperchiato il "sistema" con cui si perpetuavano le estorsioni, per imporre forniture, assunzioni e soprattutto per acquisire il controllo dei lavori pubblici. MORSO e MONACHELLA, così come i FIANDACA, allora tenevano un basso profilo, si muovevano poco ed erano molto attenti... e poi perché esporsi troppo quando si può far muovere altri?

In allora emergeva anche il filone che portava a Savona, con un imprenditore edile che seguiva gli "affari" per MORSO... non solo riciclare ma soprattutto entrare negli appalti e controllarli. Oggi è, con MORSO e MONACHELLA, è stato quindi scattato anche l'arresto a Savona di Nunzio DI GENNARO.

Emergeva allora anche la rete delle bische clandestine così come le attività dei fratelli LA ROSA che, tra l'altro, erano impegnati nell'ennesimo tentativo di eliminazione fisica l'allora Sindaco di Gela, Saro Crocetta, per il suo impegno antimafia coerente e determinato.

Nonostante tutto fosse chiaro non vi fu la volontà di procedere e lo straordinario lavoro del Gico di Genova venne scorporato in alcuni filoni (come quello sui LA ROSA, per le attività di estorsione e quello sulle bische clandestine) si cui la Magistratura decise di procedere senza mai, però, contestare il 416 bis. Altri filoni, come quello sui MORSO e MONACHELLA vennero abbandonati perché: "non c'era niente"... Una sottovalutazione o un indifferenza che è poi proseguita quando tutto è rimasto immobile anche davanti indagine del ROS che faceva emergeva lo stretto collegamento tra Cosa Nostra e 'Ndrangheta, ed evidenziava nuovamente il ritorno all'attività "piena" dei FIANDACA, dei CALVO... così come di molti degli uomini legati ai MAURICI e compagnia varia.

Insomma: la partita sui "gelesi", tra i RINZIVILLO e gli "stiddari" degli EMMANUELLO, poteva essere già chiusa a Genova anni fa e così poteva, in allora, essere stroncato quell'asse tra la provincia di Caltanissetta e Lombardia che passava dalla Liguria. Così non è stato... e così l'organizzazione mafiosa ha potuto continuare ad operare tra Genova e Savona (ma anche nello spezzino) senza avere troppo disturbo.

Quell'indagine, inoltre, aveva messo anche in luce, ancora una volta, la capacità dell'Organizzazione mafiosa di ottenere benefici per i propri detenuti ed ex detenuti. Il meccanismo è una costante che viene adottata perché capace di sfruttare la carenza di controlli... Un esempio: per ottenere l'affidamento ai servizi sociali si necessita di un lavoro, il lavoro viene trovato attraverso la rete di imprese controllate o imponendolo a quelle vittima di estorsione, ma mai manco un giorno di lavoro viene svolto, mentre il "cumpare" può dedicarsi agli affari dell'organizzazione. Un sistema collaudato che viene, come detto, sistematicamente usato perché pur se conosciuto non trova l'applicazione di quei semplici controlli che potrebbero fare emergere l'assunzione fittizia e quindi il "raggiro". In allora venne anche individuato questo meccanismo ed i "gelesi" beneficiari, ma anche su questo a Genova il lavoro dei reparti venne ignorato.

Ora, grazie alla DDA di Caltanissetta, un colpo pesante è stato finalmente inflitto all'organizzazione... ed ai suoi interessi in Liguria e Lombardia, ben oltre alla terra d'origine del nisseno.

Dopo il colpo inflitto dalla DIA di Genova al numero due del clan di PIDDU MADONIA, ovvero all'Antonino LO JACONO che si era insediato a Campomorone, in Valpolcevera, con una confisca nell'estate del 2009 di beni per circa due milioni di euro, e dopo la confisca dei beni (per un valore di un milione di euro) effettuata alcuni nel novembre scorso dalla DIA di Genova agli uomini dei FIANDACA, come SECHI Roberto, gli arresti di oggi vanno a smembrare quella riorganizzazione promossa da MORSO e MONACHELLA dopo la morte di Daniele EMMANUELLO che, come ricordato, è morto mentre tentava la fuga nella terra nissena dopo una lunga latitanza, in gran parte passata a Genova, soprattutto a nella zona di Rivarolo, dove ha goduto della protezione dell'ampia rete che Cosa Nostra ancora oggi mantiene praticamente intatta, grazie anche ad una dilagante omertà ed alla sudditanza e contiguità di un'ampia fetta del mondo economico-commerciale della zona e della politica ed amministrazione pubblica.

Tra gli arrestati dell'Operazione TETRAGONO:

Graziano Gaetano ARGENTI, 29 anni
Giuseppe Biundo DEODATI, di 63 anni
Salvatore BURGIO, di 74 anni
Angelo CAMIOLO, di 57 anni
Carmelo COLLODORO, di 49 anni
Giuseppe COSTA, di 44 anni
Nunzio DI GENNARO, di 56 anni
Giacomo DI NOTO, di 30 anni
Nunzio TRUCULENTO, 40 anni
Sandro EMMANUELLO, di 35 anni
Alessandro FRARRUGGIA, di 33 anni
Massimo GERBINO, di 32 anni
Angelo Bruno GRECO, di 45 anni
Nicola LIARDO, di 37 anni
Valerio LONGO, di 39 anni
Giuseppe MORELLO, di 36 anni
Luigi NICOSIA, di 31 anni
Alessandro PARDO, di 30 anni
Giuseppe TRUCILENTO, di 43 anni
Pietro Antonio CAIELLI, di 62 anni
Sergio Luigi DE BERNARDI, di 60 anni
Aldo PIONE, di 43 anni
Nunzio Orazio TALLARITA, di 51 anni
Claudio CONTI, di 50 anni
Salvatore FIORITO, 67 anni
Angelo VIZZINI, di 33 anni
Emanuele MONACHELLA, 55 anni
Vincenzo MORSO, 55 anni
Giuseppe Alessandro ANTONUCCIO, di 31 anni
Rocco Crocifisso BASSORA, di 39 anni
Massimo Carmelo BILLIZZI, di 36 anni

Questi invece gli imputati in stato di detenzione ai quali i provvedimenti restrittivi sono stati notificati in carcere:
Emanuele BURGIO, 39 anni
Salvatore BURGIO, 45 anni
Vincenzo BURGIO, 43 anni
Salvatore CANNIZZO, 48 anni
Filippo CASCIANA, 50 anni
Nunzio CASCINO, 43 anni
Angelo CAVALERI, 39 anni
Rosario VIZZINI, 51 anni
Salvatore CAVALLO, 29 anni
Armando Giuseppe D'ARMA, 57 anni
Paolo DI MAGGIO, 51 anni
Giovanni DI NOTO, 30 anni
Alessandro EMMANUELLO, 44 anni
Rocco FERLENDA, 41 anni
Gianluca GAMMINO, 37 anni
Emanuele GANCI, 32 anni
Salvatore GRAVAGNA, 29 anni
Emanuele GRECO, 38 anni
Vincenzo GUELI, 46 anni
Gioacchino LA COGNATA, 46 anni
Maurizio Saverio LA ROSA, 42 anni
Enrico MAGANUCO, 48 anni
Francesco MORTEO, 47 anni
Fabio NICASTRO, 39 anni
Paolo PALMERI, 44 anni
Giuseppe PISCOPO, 35 anni
Crocifisso RINZIVILLO, 51 anni
Giuseppe STIMOLO, 35 anni
Salvatore TERLATI, 37 anni
Francesco VELLA, 36 anni
Domenico VULLO, 35 anni
Sebastiano Pelle, 49 anni (di S.Luca - RC)

I reati contestati sono l'associazione mafiosa, il traffico di sostanze stupefacenti (su cui è stato individuata la rotta della droga da Santo Domingo) ed estorsione.

Ancora una volta gli arresti sono giunti anche nel Palazzo del Comune di Gela, dove l'opera di Rosario Crocetta, da Sindaco, aveva reso già difficile la vita dei mafiosi. Infatti tra i soggetti sottoposti a misura detentiva vi è anche Angelo CAMIOLO, dipendente del Comune e uomo di fiducia del clan degli EMMANUELLO. E questo arresto fa seguito a quello, del 20 aprile scorso, quando a finire in carcere era Francesco MUNCIVI', 62 enne imprenditore gelese e, sino al 2007, Consigliere comunale di Forza Italia.

Bisogna però andare avanti e colpire in fretta tutta la rete dell'organizzazione. Infatti la mafia "gelese" ha sempre dimostrato una straordinaria capacità di riorganizzazione a seguito dei colpi inflitti da arresti, sequestri e confische.

Ancora il 30 marzo scorso la DDA di Milano aveva colpito i gelesi responsabili di estorsioni agli imprenditori di Busto Arsizio. La DDA guidata da Ilda Boccassini aveva infatti individuato e arrestato la rete degli affiliati al clan MADONIA-RINZIVILLO, portando in carcere: Rosario VIZZINI, 51 anni, Fabio NICASTRO, 39 anni, Dario NICASTRO, 37 anni, Emanuele NAPOLITANO, 43 anni, Rosario BONVISSUTO, 38 anni.

E la lista delle Operazioni e degli arresti inflitti ai "gelesi" è lunga... molto lunga. E questo dimostra che ad ogni minimo spazio lasciato ai suoi affiliati, l'organizzazione adotta nuovi anticorpi e così si rafforza. Ecco quindi la grande responsabilità del non aver dato pienamente seguito, ad esempio, all'indagine del Gico di Genova, lasciando perdere interi filoni (come quello sui MORSO e MONACHELLA), sia colpendo parzialmente sugli altri (bische, droga, caporalato, estorsioni).

Noi, ad esempio, sapevamo del ruolo "apicale" del duo individuato dall'attività investigativa ma non ne abbiamo mai scritto perché, anche se avevamo capito che a Genova non vi era la volontà di chiudere la partita, allo stesso tempo avevamo sempre la speranza che il lavoro del Gico, prima o poi, venisse raccolto da chi di dovere. Se ne avessimo parlato avremmo potuto "bruciare" gli elementi raccolti e mettere in allerta i "gelesi" e quindi abbiamo taciuto, sino ad oggi.

Alla luce dei fatti possiamo dire che abbiamo compiuto la scelta giusta, così come giusta è stata ed è la critica alla DDA genovese che, ancora una volta, davanti a significative emergenze investigative ed indagini approfondite da parte dei reparti dello Stato, è rimasta colpevolmente immobile. Inoltre, appare ormai evidente ed eclatante che se le DDA di Palermo, Reggio Calabria, Caltanissetta, così come quelle di Milano e Torino, agiscono con determinazione, la DDA di Genova continua ad essere una realtà fortemente critica, inerte e inefficiente... non in grado di affrontare quanto emerge dalle approfondite risultanze investigative e soprattutto incapace di agire, anche a fronte di Procure (come quelle di Savona e Sanremo) fortemente impegnate sul fronte del contrasto alle organizzazioni di stampo mafioso.

Siamo davanti, inoltre, ad un ormai accertato "salto di qualità" anche di Cosa Nostra al nord che appare costantemente ignorato a Genova. Si pensi soltanto che al capitolo "eolico" e rinnovabili, settore di profonda infiltrazione di Cosa Nostra (soprattutto trapanese)
. E' un passaggio netto dall'attività prettamente criminale a quella imprenditoriale che ricalca il collaudato meccanismo del riciclaggio in settori ove concessioni pubbliche e sovvenzioni permettono di spingere al massimo il ritorno economico. Qui la DDA di Palermo ha posto anni fa l'attenzione su una delle principali imprese del settore, con capitale a Milano e nomi insospettabili. Ha indicato con chiarezza questa impresa, la FERA SRL, come società supportata e sponsorizzata da Cosa Nostra. Gli sponsor e supporter mafiosi della FERA sono stati tutti condannati, i beni dell'amico NICASTRI sono stati sequestrati (così come quelli dell'"amico" VIGORITO al centro invece dell'operazione "VIA COL VENTO"). La FERA domina in Liguria, a partire dal savonese, e gode di ottime entrature nell'ambito politico. La DDA di Genova che ha fatto in merito? Nulla.

Per rendere poi meglio l'idea della capacità di Cosa Nostra di mantenere stabile la "colonizzazione" al Nord, e per rendere evidente le pesanti inerzie nell'azione di contrasto da parte dell'Autorità Giudiziaria in Liguria, può essere significativo riprendere quanto pubblicammo nel libro "TRA LA VIA EMILIA E IL CLAN" (chiuso il 24 febbraio 2010). Qui, tra l'altro, si affrontava, partendo dai "gelesi" la più articolata capacità di Cosa Nostra di infiltrarsi nell'economia del Nord, come, ad esempio, con quella società ITALIA 90 che tanti appalti prese proprio - indisturbata - proprio in Liguria. Ecco quindi il capitolo del libro dedicato "Lungo l'asse gelese tra Caltanissetta, Genova e Milano":

"Qualcuno dice che Cosa Nostra sia finita dopo i colpi inflitti con gli arresti dei suoi vertici. Ma questa è solo una grande favola. La mafia siciliana non è stata ancora sconfitta, gli arresti e le condanne non hanno ancora intaccato la capacità di penetrazione e condizionamento dell'economia "legale". Il peso di Cosa Nostra in Sicilia come anche nel centro-nord è pesante e ancora dirompente. Lo è soprattutto perché può contare sulla spregiudicatezza di molti "professionisti" che si fanno uomini-cerniera e prestanomi delle cosche. Inoltre ci si dimentica spesso che Cosa Nostra non erano solo i corleonesi, non erano e non sono solo le famiglie del palermitano. Ci sono, soprattutto, pezzi di mafia siciliana che non hanno mai avuto momenti di "vuoto". Tra questi, senza dubbio alcuno, vi sono i clan dell'ennese, della provincia di Caltanissetta, oltre a quelli del trapanese. Non è un caso che Giuseppe "Piddu" MADONIA, capo indiscusso di Cosa Nostra a Caltanissetta, finì la sua latitanza con l'arresto in provincia di Vicenza o che il suo numero due, Antonino LO IACONO, vivesse ed operasse da decenni in Valpolcevera, a Genova, e con precisione in via Campomorone 42, tra il quartiere di Pontedecimo ed il comune di Campomorone. Non è un caso perché è al nel nord che Cosa Nostra ha messo da decenni le sue profonde radici.

Lungo l'asse che va da Gela a Milano, passando per Genova e l'intera Liguria, la Toscana e l'Emilia Romagna, si snodano i viaggi e le radici dei "gelesi", la potente e violenta cosca degli EMMANUELLO, il cui boss Daniele, 43enne, dopo una lunga latitanza (era ricercato dal 1996), soprattutto passata a Genova, è rimasto ucciso mentre tentava la fuga il 3 dicembre 2007 nell'ennese. L'organizzazione dei "gelesi" ponte tra Cosa Nostra e Stidda, è la responsabile di pagine tra le più sanguinose della criminalità organizzata siciliana e non solo in Sicilia.
Nonostante il carcere duro, sotto il regime del 41 bis, per Giuseppe "Piddu" MADONIA ed i duri colpi inflitti all'organizzazione, sino all'arresto ed alle condanne dei parenti più stretti e lo smembramento della rete di collegamento del boss con il territorio, la cosca di MADONIA ed i gelesi degli EMMANUELLO hanno continuato a "ristrutturare" le strutture di ramificazione nel nord Italia, e soprattutto tra Liguria, Lombardia ed Emilia Romagna.

Se in Liguria il Gico della Guardia di Finanza ha realizzato, alcuni anni fa, un indagine su larga scala che ha "fotografato" l'intera organizzazione dei gelesi operativa a partire dalla Liguria (con i propri fulcri e sedi operative tra il quartiere di Rivarolo in Valpolcevera a quello di Molassana in Val Bisagno) alle altre regioni settentrionali e sino al vertice della mafia albanese in Albania, essendovi un collegamento diretto tra le organizzazioni per quanto concerne soprattutto il traffico di stupefacenti, la locale DDA non ha proceduto ad un azione repressiva complessiva preferendo colpire, in diverse fasi, alcune delle attività (bische, estorsioni,...) promosse dal clan di Cosa Nostra.

Netta è invece stata la costanza con cui la DDA di Caltanissetta ha operato per colpire la struttura operativa e di gestione dei traffici illeciti e dell'infiltrazione nelle regioni del nord, a partire proprio dall'Emilia Romagna.

Per capire lo spessore criminale, l'organizzazione e la capacità di mimetizzazione ed azione della mafia siciliana con particolare riferimento a questo territorio, ancora una volta, procediamo attraverso le ultime principali operazioni di contrasto.

Arriviamo all'Operazione COMPENDIUM che il 15 dicembre 2009 ha scardinato la centrale di "regia" costruita a Parma e le diramazioni in buona parte delle regioni settentrionali, oltre a colpire direttamente l'organizzazione a Gela. Gli arresti hanno colpito la struttura criminale dei REINZIVILLO e gli EMMANUELLO, per associazione mafiosa finalizzata al controllo illecito degli appalti e dei subappalti, intermediazione abusiva di manodopera (il cosiddetto caporalato), traffico di stupefacenti, ricettazione, estorsione, danneggiamenti, riciclaggio di denaro sporco, detenzione e porto abusivo di armi e munizioni, ma anche emissione di fatture per operazioni inesistenti.

La lista dei nomi e dei luoghi coinvolti nell'operazione COMPENDIUM è lunga:
Carmelo ALBASIO, detto "u Mongolo", 32 anni di Gela; Nunzio ALABISO, 30 anni di Gela ma residente a Veranela Melegari (Parma); Francesco Aprile, detto "u Vecchiu", 63 anni di Niscemi; Rocco ASCIA, 34 anni di Gela, inteso "Riccardo"; Giuseppe Salvatore BEVILAQUA 42 anni di Gela; Giuseppe BILLIZZI, 37 anni di Gela; Massimo Carmelo BILLIZZI, 34 anni di Gela; Maurizio BUGIO, 39 anni di Gela; Emanuele CALTAGIRONE, 33 anni di Gela; Giovanni Luca CALTAGIRONE, 35 anni di Gela, residente a Boretto (Reggio Emilia); Marco Gino CARFA', 31 anni di Gela; Rosario CASCINO, 43 anni nato di Gela, residente a San Zeno Naviglio (Brescia); Angelo Eugenio DI BARTOLO, 32 anni di Gela, residente a Parma; Gianfranco DI NATALE, 36 anni di Gela; Andrea FRECENTESE, 33 anni di Pordenone, residente a Cordenons (Pordenone); Romano GAMBINO, 25 anni di Gela; Gianluca GAMMINO, 35 anni di Gela; Salvatore GRAVAGNA, 27 anni di Gela; Claudio INFUSO, 31 anni di Gela, residente a Parma; Fabio INFUSO, 37 anni di Gela; 39 anni di Gela, residente a Parma; Nunzio Mirko LICATA, 32 anni di Gela, residente a Ghedi (Brescia); Claudio LO VIVO, 34 anni di Gela, domiciliato a Pordenone; Crocifisso LO VIVO, 44 anni di Gela; Marco MAGANUCCO, 33 anni di Gela; Francesco MARTINES, 26 anni di Gela; Sandro VISSUTO, 21 anni di Gela; Claudio PARISI, 54 anni domiciliato a Genova; Gianluca PELLEGRINO, 25 anni di Gela; Alessandro PISCOPO, 35 anni di Gela; Giuseppe PISCOPO, 41 anni di Gela; Tommaso PLACENTI, 33 anni di Gela, residente a Parma; Paolo PORTELLI, 41 anni di Gela; Bruno Salvatore QUATTROCCHI, 30 anni di Gela; Nunzio QUATTROCCHI, 34 anni di Gela, residente a Sesto Fiorentino; Calogero SANFILIPPO, 34 anni di Mazzarino; Gabriele Giacomo STANZA', 39 anni di Capizzi (Messina), residente a Valguarnera (Enna), Salvatore TERLATI, 35 anni di Gela, detto "Ciap Ciap"; Daniele TURCO, 40 anni di Gela; Francesco VELLA, 34 anni di Gela; Domenico VULLO, 33 anni di Gela.
Questa lista, l'ultima in ordine temporale, dimostra quanto sia ramificata l'organizzazione della mafia gelese, tra affiliati e fiancheggiatori. Sicilia, Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Toscana sono le regioni di forte radicamento. E Parma è la "base" scelta nel nord dopo Genova. Ed a Parma vi era il luogotenente di Daniele EMMANUELLO, Salvatore TERLATI. Nella rete mafiosa vi erano anche Orazio INFUSO, Marco CARFI' e Nunzio ALABISO che nel 2007 furono anche candidati, nelle liste dell'Udeur, alle elezioni amministrative per il rinnovo del consiglio comunale di Parma ma che, fortunatamente, non furono eletti.
Tra le armi sequestrate, a Parma, è stata rinvenuta dagli agenti anche un colt calibro 45 che - stando ad una perizia balistica - sarebbe quella usata in due omicidi consumati a Gela, quello di Antonio MERONI nel 1989 e quello di Francesco DAMMAGGIO nel febbraio 1991.
Dove nasce l'Operazione? Si potrebbe dire che se Daniele EMMANUELLO non parlava da vivo, ha parlato da morto. Infatti l'operazione parte dai "pizzini" rinvenuti durante l'autopsia nello stomaco del boss gelese. Questi hanno dato nuovi elementi e riscontri alle attività degli inquirenti e si sono sommati alle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, tra cui Fortunato FERRACANE che ha dato un contributo determinante per conoscere la struttura della mafia gelese in buona parte del nord Italia. Un indagine che ricostruisce 8 anni della cosca mafiosa EMMANUELLO, ha permesso di tracciare una mappa di affari e interessi dei "gelesi", dal supporto alla latitanza di Daniele EMMANUELLO a buona parte della rete che avevano costruito nel nord. Il luogotenente Salvatore TERLATI, con base operativa a Parma, attraverso la complicità di imprenditori gelesi impiantati al nord, come i fratelli INFUSO e gli ALABISO, aveva costruito un'attività di caporalato che gli permetteva di collocare manodopera specializzata (saldatori, tubisti e carpentieri) che arrivavano direttamente da Gela. Sempre il TERLATI era il fulcro dell'attività estorsiva verso ditte di varie regioni con una sorta, come definita dagli inquirenti, di "racket dal volto umano" che funzionava così: riscuoteva il "pizzo" e poi permetteva agli stessi di recuperare la spesa extra fornendo alle vittime fatture false per operazioni inesistenti che garantivano la possibilità di scaricare i costi del "pizzo" e ad evadere il fisco. Chi non si alleava con i "gelesi" però questo "volto umano" non lo vedevano proprio, visto che erano oggetto di intimidazioni e danneggiamenti.

Nel marzo 2009 aveva iniziato a collaborare con i magistrati il braccio destro di Giuseppe "Piddu" MADONIA e reggente della cosca. Si tratta di Carmelo BABRIERI, detto "U prufissuri", che finì agli arresti nel gennaio dello stesso anno, nell'ambito dell'Operazione ATLANTIDE-MERCURIO. Su di lui sono molteplici non solo le risultanze investigative e probatorie raccolte dai magistrati a testimoniarne il ruolo di primo piano nella cosca di Cosa Nostra, ma anche le convergenze delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Professore di educazione fisica negli anni Ottanta, arrivato a Gela da Resuttano per un incarico di insegnamento, si era sposato con la figlia di Carlo DOMICOLI, ucciso in un agguato di mafia nel 1987, ed ha scalato l'organizzazione mafiosa, acquisendo pieno potere sulle famiglie di Gela, Niscemi e Resuttano. L'inchiesta GRANDE ORIENDE, sulla cosca di MADONIA, gli porta una condanna a 24 anni di carcere, anche se, grazie al giudice estensore della sentenza, Edi Pinatto, non aveva depositato la stessa nei termini previsti così facendo venire meno, passati 8 anni, la detenzione dei condannati. Fatto divenuto pubblico grazie alla denuncia del coraggioso sindaco antimafia di Gela, Rosario Crocetta, che incrociò il Carmelo BARBIERI e consorte passeggiare beatamente per le vie della città siciliana. Tornando allo spessore criminale accertato del BARBIERI, non si può omettere di citare che nel 2006 venne coinvolto anche in un inchiesta per sequestro di persona della DDA, poi derubricata in tentata rapina, ai danni dei fratelli Sebastiano e Nicola Bovo. Questo episodio ha come scenario la provincia di Vicenza. E' il 7 ottobre 2006 e Nicola LIARDO 32enne di Gela, Salvatore GRECO 43enne di Catania, Luciano Francesco IANNUZZI 38enne di Catania, vengono arrestati nel vicentino mentre stanno per entrare in azione per rapinare e rapire uno dei componenti del nucleo familiare dell'orafo Luigi Bovo, con l'obiettivo di ricavare 2 milioni di euro. Il 9 ottobre la DDA del capoluogo nisseno, a seguito dell'indagine, arresta Carmelo BARBIERI, allora 46enne e Giuseppe PALERMO, 33enne di Gela, rispettivamente reggente e affiliato al clan di MADONIA. L'operazione TAGLI PREGIATI, eseguita dai Carabinieri, che aveva fatto emergere che il BARBIERI aveva pianificato l'organizzazione del sequestro, ha permesso di evitare che il reato si consumasse ai danni dei Bovo.

L'Operazione ATLANTIDE-MERCURIO, il 19 gennaio 2009, che ha portato tra gli indagati anche il presidente della Provincia nissena, ha permesso alla DDA di colpire con 24 arresti la cosca mafiosa del boss Giuseppe "Piddu" MADONIA, accusati, oltre che per l'associazione mafiosa, di estorsione aggravata nel campo dell'edilizia, usura, trasferimento fraudolento di valori ed illecita concorrenza mediante violenza e minacce... Oltre agli arresti sono stati anche sequestrati beni per oltre 4 milioni di euro. Le ordinanze di custodia sono state emesse ed eseguite a carico di: Giovanna SANTORO, 60 anni, moglie del boss; Maria Stella MADONIA, 73 anni, sorella del boss; Carmelo BARBIERI, 49 anni e reggente operativo del clan a Gela; Ivan Angelo BARBIERI, 33 anni; Massimo Carmelo BILLIZZI, 33 anni; Nicola CASCIANA, 54 anni; Salvatore RAPISARDA, 20 anni; Gaetano PALERMO, 38 anni; Claudio DOMICOLI, 37 anni; Marco Alessandro BARBIERI, 32 anni; Gianfranco SANZONE, 35 anni; Carmelo VELLA, 45 anni; Settimo MONTESANTO, 47 anni; Paolo PALMIERI, 42 anni; Pasquala CAPPELLO, 53 anni; Carmelo FIORISI, 48 anni; Giuseppe LOMBARDO, 74 anni; Giuseppe PALERMO, 42 anni; Antonio RUZZA, 43 anni; Giuseppe PADOVANI, 56 anni; Alfonso Dario Renzo CARAVOTTA, 37 anni; Nicola LIARDO, 35 anni. Un indagato, titolare di un impresa edile di Gela, che risulta dalle indagini soggetto "a disposizione" dei vertici di Cosa Nostra per la gestione degli appalti, è risultato irreperibile ai Carabinieri.

L'Operazione ATLANTIDE-MERCURIO prende le mosse da altre operazioni antimafia quali: GRANDE ORIENTE, URANIO e ITACA e permette di far emergere il solido legame che ormai lega Stidda e Cosa Nostra, nonché i legami di collaborazione tra gli uomini d'onore delle famiglie di Niscemi ed i gelesi, mettendo in evidenza legami con gli uomini chiave dell'infiltrazione nell'economia, capaci di garantire il rilascio di licenze, oltre che il controllo degli appalti e del sistema delle forniture. L'indagine dei Carabinieri del Caltanissetta e quelle dei ROS erano infatti mirate a monitorare tale legame ed ha accertato che la famiglia mafiosa Niscemi, protesa sempre ad inserirsi nel circuito economico dei lavori pubblici e privati attraverso il controllo sia dei sub-appalti, sia della manodopera, oltre che decisa ad affermare il proprio monopolio nella fornitura di inerti e conglomerati.

Se con l'indagine si è accertato e documentato, al di là di ogni possibile dubbio, come già menzionato, che Giuseppe "Piddu" MADONIA ha mantenuto una posizione decisionale apicale nell'organizzazione nonostante la detenzione sotto il regime del 41 bis, si sono anche individuati i "canali" che hanno reso possibile tale gestione dall'isolamento carcerario. La catena di trasmissione di comando avveniva tramite i colloqui con la cerchia parentale, in particolare tramite la sorella Maria Stella MADONIA ed il cognato Giuseppe LOMBARDO, in rapporto con il reggente operativo della cosca Carmelo BARBIERI. Il lavoro dei raparti e della magistratura antimafia ha inoltre accertato che i congiunti diretti di Piddu MADONIA avevano compito di gestione del patrimonio illecito accumulato e di reinvestirlo, ad esempio, nelle società sequestrate nel settore delle scommesse clandestine siciliane, come anche attraverso l'operato del luogotenente di MADONIA, Antonino LO IACONO a cui la DIA di Genova ha sequestrato nell'estate del 2009 beni per oltre 2 milioni di euro tra cui un capannone nel nisseno cointestato con lo stesso MADONIA.

Sono inoltre emersi diversi dei compiti e ruoli svolti all'interno e per l'organizzazione mafiosa. Ad esempio per il rilascio delle autorizzazioni per gli esercizi a Gela delle scommesse sportive intestate ai prestanome del MADONIA, è emerso chiaramente che sono state ottenute tramite l'intervento presso l'Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, dell'indagato Antonio PADOVANI, imprenditore catanese del settore, coinvolto pesantemente anche nell'Operazione HERMAS del GIP di Napoli e che vedremo nel quarto capitolo, in quanto coinvolge le attività dei camorristi e di molteplici uomini-cerniera delle cosche per gli "affari" in Emilia Romagna.

La gestione pratica dei traffici illeciti più prettamente delinquenziali connesse, in particolar modo, al controllo del territorio, ed il mantenimento dei rapporti con le diverse articolazioni del sodalizio mafioso, attraverso un gruppo ristretto di affiliati ed al reggente Carmelo BARBIERI. Questi gestivano le attività estorsive nei confronti di imprese e commercianti. In questo ambito si è potuto accertare, ad esempio, l'attività estorsiva ai danni di un consorzio di imprese di Paternò (Catania) che si occupava della costruzione di un parcheggio dell'Ospedale di Gela. In questo caso si è documentato che la "messa a posto" del consorzio aveva visto l'intermediazione da uno degli altri indagati, il Vincenzo Salvatore RAPISARDA, figlio di un noto esponente apicale del clan LAUDANI di Catania. Il lavoro era svolto per conto del BARBIERI e di Marcello SULTANO, già individuato come rappresentante della Stidda gelese e che diverrà collaboratore di giustizia. Le stesse indagini hanno inoltre accertato che l'impresa era costretta a rifornirsi di calcestruzzo presso la ditta indicata da Cosa Nostra, ovvero dalla ditta di Gianfranco SANZONE (sottoposta a sequestro preventivo). Questa ditta serviva sia per incassare il "pizzo" attraverso il sistema della sovrafatturazione, sia per inserire all'interno del cantiere, con tanto di assunzione, Giovanni GIUDICE, al fine di garantirne il controllo.

Le dinamiche dello stretto rapporto tra la famiglia di Niscemi ed i gelesi sono state documentate dall'inchiesta e si è accertato che tale rapporto era curato da Dario CARAVOTTA di Niscemi, incensurato, titolare di diversi negozi di abbigliamento, che fungendo da cerniera tra i sodalizi mafiosi era pienamente "a disposizione" della famiglia niscemese e di Carmelo BARBIERI per cui svolgeva le necessarie "ambasciate". Il BARBERI si è confermato non solo il fulcro operativo della cosca di MADONIA ma anche l'uomo di mediazione con gli stiddari.

Tra i più fidati collaboratori del BARBIERI è stato inoltre individuata la figura di Nicola CASCIANA, titolare di un autorivendita di Gela. Anche questi era "a disposizione" come uomo di fiducia della famiglia MADONIA. Metteva a disposizione i locali del proprio autosalone che era divenuto sede di smistamento delle comunicazioni e richieste degli associati, oltre che sede di riunione di molteplici esponenti del clan MADONIA. Ai predetti si deve ancora aggiungere il Giovanni GIUDICE, titolare di altra impresa, edile, pure questi "a disposizione" dei vertici mafiosi per la gestione degli appalti.

Per quanto concerne invece l'Operazione GRANDE ORIENTE si può invece partire dal fatto che la Corte di Cassazione ha confermato, nel giugno 2009, le condanne per gli imputati, in buon parte familiari e fedeli del boss Giuseppe "Piddu" MADONIA. E' il procedimento della nota sentenza che il giudice Eddi Pinato aveva depositata dopo 8 anni e soltanto dopo uno scandalo seguito al rilascio degli condannati causato dalla mancato deposito della sentenza. La Cassazione ha confermato la condanna a 24 anni di carcere per Giuseppe LOMBARDO e Carmelo BARBIERI. Tale decisione è conseguente anche alla valutazione, da parte del procuratore generale, il passato criminale del BARBIERI doveva essere valutato indipendentemente dal fatto che il BARBIERI dal 6 marzo aveva iniziato a collaborare con lo Stato. Le altre sentenze di condanna passate in giudicato sono: 10 anni per Giovanna SANTORO moglie di Giuseppe Piddu MADONIA; 7 anni a Maria Stella MADONIA sorella del boss; 7 anni a Giuseppe ALAIMO, cugino del boss. Inoltre confermate anche quelle a per Emanuele Gaspare FAMA' (10 anni) e Salvatore SICILIANO (7 anni da scontare in continuazione con altra condanna). Mentre la Cassazione confermava le condanne ai mafiosi, i Carabinieri del ROS ed i colleghi del comando provinciale di Caltanissetta, arrestavano i coniugi Giuseppe LOMBARDO, 75enne, e Maria Stella MADONIA, 74enne, in quanto coppia ritenuta dai giudici, in via definitiva, come "pienamente ed organicamente inseriti nella gestione degli affari illeciti del boss MADONIA". L'Operazione GRANDE ORIENTE, prese avvio nel novembre del 1998, grazie soprattutto alle "confidenze" di Luigi ILARDO, allora vice rappresentante provinciale di Cosa Nostra nissena. Nel particolare il LOMBARDO è stato riconosciuto colpevole di associazione di stampo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti e falsificazione-spendita di monete contraffatte, con una condanna che ai 24 anni di reclusione dispone l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Al soggetto, inoltre, è stata sospesa la patria podestà durante la pena ed al divieto di soggiorno in tutte le province della Sicilia, Lombardia e Liguria per 3 anni ed alla libertà vigilata per altri tre anni. La Maria Stella MADONIA è stata anche lei ritenuta responsabile del reato di associazione mafiosa e con i 7 anni di condanna è stata disposta l'interdizione perpetua dai pubblici uffici oltre alla sospensione della podestà per la durata della pena e la libertà vigilata per 3 anni.

Se torniamo ai "gelesi" dobbiamo ricordare che ben prima dell'Operazione COMPENDIUM sono state messe a segno importanti azioni di indebolimento dell'organizzazione, soprattutto nelle regioni settentrionali. Il clan degli EMMANUELLO, ha infatti subito duri colpi dopo la riorganizzazione della propria "decina" operativa soprattutto a Genova, che era stata smembrata dall'attività giudiziaria a seguito delle inchieste degli anni Novanta sui videopoker, l'omicidio Gaglianò e l'operazione della DIA con cui venne anche confiscato il patrimonio del boss Rosario CACI, esponente apicale dell'organizzazione. In questi procedimenti, oltre agli EMMANUELLO, vi era la famiglia mafiosa dei FIANDACA, ancora presente e attiva, lungo l'asse criminale che attraversa l'Italia.

Il 9 aprile 2009 vengono arrestati Maurizio Saverio LA ROSA, 40enne, e Maurizio TRUBIA, 41enne. I due boss stavano per mettere in opera un attentato contro il sindaco di Gela, Rosario Crocetta e ad alcuni imprenditori che non accettavano di sottomettersi alle richieste della cosca. Gli arresti vengono effettuati in Lombardia, in quanto l'attività estorsiva promossa dagli esponenti del clan EMMANUELLO non si svolgeva solo in Sicilia, bensì anche nelle città del nord Italia. L'inchiesta ha accertato che gli esponenti mafiosi avevano imposto il pagamento del "pizzo", ad esempio, ad un impresa siciliana impegnata nei lavori di manutenzione dell'acquedotto milanese.

L'inchiesta, che si basa sulle determinanti risultanze derivanti dalle intercettazioni oltre che dalle dichiarazioni del boss Carmelo BARBIERI che dopo l'arresto ha scelto di collaborare, mette in evidenza la capacità della cosca degli EMMANUELLO, di Cosa Nostra, di operare attraverso le proprie articolazioni territoriali (dette "decine") in modo unitario e coordinato sia in Italia che all'estero. Inoltre è stato accertato che la cosca poteva operare con la disponibilità di esplosivo e di armi.

La "fotografia" dell'organizzazione del clan gelese era, come ricordato, già stata messa a fuoco dal Gico della Guardia di Finanza di Genova anni prima, senza però vedere un intervento unitario da parte della Procura. Infatti gli stessi esponenti sono stati colpiti solo in parte ed i fasi diversi con imputazioni circoscritte. In questo ambito si possono registrare, ad esempio, gli arresti avvenuti a Genova per colpire il racket delle estorsioni ai danni di commercianti, quelli per le bische clandestine ed un sequestro di persona con tentato omicidio. Andiamo con ordine.
L'8 gennaio 2009 vi è una svolta che inizia a squarciare la rete di omertà che copre la rete di estorsione dei gelesi. La DDA di Genova procede ad inviare 10 avvisi di garanzia. Tra gli indagati vi sono Giovanni VISCUSO (31 anni) e Camillo FINATO (40 anni). Quest'ultimo già noto perché nel 2003 cena con Emanuele BURGIO, latitante siciliano di Cosa Nostra, arrestato in quell'occasione. L'indagine era partita nell'ottobre 2008 ed aveva da subito portato in carcere il VISCUSO con il FINATO. Il provvedimento è avvenuto a seguito dell'incrociarsi di sue indagini, quella del Gico (già citata) e quella dei Carabinieri di Genova, concentrate sulle estorsioni a danni di commercianti e piccoli imprenditori, a seguito di una lunga serie di episodi estorsivi tra il maggio e giugno 2008. Le vittime erano costrette a consegnare soldi o, in sostituzione oggetti di valore. Nei casi oggetto dell'indagine dei Carabinieri si è accertato che cambiava l'"approccio" alle vittime a seconda delle situazioni. Alcune volte si presentavano per recuperare piccoli crediti spettanti a terzi a cui però si doveva aggiungere altro denaro ben superiore al debito dovuto che veniva incassato dall'organizzazione, l'altra modalità era quella per cui si chiedeva al negoziante di contribuire con centinaia di euro ad un "fantomatico fondo per i reclusi in carcere". Nel periodo di due mesi questa pratica aveva portato, per certo, ad estorcere circa 10.000 euro alle vittime. Per convincere le vittime il VISCUSO rafforzava l'azione intimidatoria facendo capire che avrebbe potuto utilizzare un arma da fuoco e facendo chiaramente intendere che operava per conto di una cosca mafiosa.
L'attività del Gico, invece, rientrava nell'attività info-investigativa per il contesto della criminalità organizzata siciliana radicata da decenni sul territorio genovese. Nell'ambito di questa attività rispetto ai due soggetti tratti in arresto sono emersi almeno 14 episodi estorsivi, tutti ricostruiti con intercettazioni telefoniche ed ambientali.
Nel provvedimento del Giudice viene evidenziato che "le vittime delle estorsioni erano consapevoli che VISCUSO e FINATO hanno, o hanno avuto, contatto con il gruppo genovese facente capo a soggetti già condannati per associazione di stampo mafioso". Insieme ai due vengono indagati anche: Corrado COCCO, Corrado BRUSCOA, Enrico MARAGLIANO, Piero DE MARIA, Branco ELEZOVIC, Rocco RICCOBENE, insieme a L.A. ed N.P., i due negozianti che sono stati accusati "di aver aiutato chi li taglieggiava a eludere le indagini, prima rifiutandosi di rendere dichiarazioni alla Guardia di Finanza, il 23 ottobre 2008, e poi, previa concertazione di una dichiarazione di comodo, dichiarandosi falsamente 'di avere contratto un debito con VISCUSO, della somma di 15-16mila euro, e di avere consegnato a lui del denaro, nel giugno-luglio o in epoca successiva, a saldo di tale debito.

Altra inchiesta che mette in evidenza le modalità operative dei "gelesi" nel nord scaturisce sempre dalle inchieste del Gico di Genova. Qui siamo nel settore del gioco d'azzardo, nelle bische, storica passione, come abbiamo visto delle cosche mafiose. Il blitz scatta nel novembre 2008, nella notte tra il 26 e 27. Vengono denunciate 35 persone, sequestrati ingenti elementi probatori durante le perquisizioni di bische, spesso mascherate da "circoli ricreativi", disseminate tra il capoluogo ligure, il basso Piemonte e la Toscana. In un Genoa Club, quello di via Geirato, vengono sequestrati 27mila euro tra assegni e contanti. In Corso Torino, la centrale via genovese, sono state individuate attrezzature (microcamere nascoste) che permettevano di truccare l'esito del "gioco". A capo dell'organizzazione operativa in questo ambito vi è, secondo il Gico, Ubaldo Mario ROSSI ed il suo braccio destro Carlo MUSSO. Secondo quanto accertato oltre ai pregiudicati individuati, l'attività investigativa ha messo in evidenza che parte dei proventi delle attività illecite veniva utilizzata per il sostegno di altre figure storiche della "banda degli ergastolani" (con cui un tempo le organizzazioni mafiose erano in rotta), come Vittorio DE VINCENZI (in carcere), Paolo DONGO (in carcere) e Bruno TURCI (in carcere). Per comprendere chi sia il ROSSI, e come si riorganizzino i gruppi criminali sul territorio, torniamo al 25 agosto 1987, quando lo stesso unitamente ad altri tentano un'evasione dal carcere di Porto Azzurro sull'Isola d'Elba. Il ROSSI è conosciuto come il "gangster" ed allora aveva 33 anni. E' stato condannato per il rapimento di una bambina di 10 anni, Sara DOMINI, e per quello di Giovanni SCHIAFFINO, oltre che per rapine e per un omicidio compiuto a Milano per un regolamento di conti nel 1986 in cui rimase ucciso un pregiudicato argentino, Moreno QUEZEL.

Ma vediamone ancora brevemente tre episodi che coinvolgono la criminalità organizzata siciliana, lungo questo asse da sud a nord.

Uno a Genova, e vede altri esponenti già noti alle Autorità compiere un sequestro con tentato omicidio. E' il 28 giugno 2009, nel bar Delfino di Via Rela 23 R a Genova. Francesco LA ROSA 34 anni, Gaetano LA IACONA 28 anni di Gela, Salvatore CACCIATORE 42 anni di Mazzarino (Caltanissetta), Antonino CALVO 33 anni e Maurizio CARTA 34 anni, hanno sequestrato nel suo locale, per oltre 40 minuti, picchiando con ferocia ed accoltellandolo ripetutamente, il 61enne di Niscemi, Franco CACCIAGUERRA, per questione di debiti.

Il secondo ci porta lungo la direttrice Genova-Lodi e siamo nell'ottobre 2009. Tre siciliani, legati alla famiglia mafiosa dei FIANDACA, sono stati arrestati dalla Squadra Mobile di Genova, città dove gli arrestati erano da tempo residenti. Il reato contestato è l'estorsione ai danni del proprietario del bar "Spagnuolo" in Piazza Vittoria a Lodi. A seguito dell'indagine, con l'utilizzo delle intercettazioni. Due sono stati arrestati a Genova, il terzo è stato fermato in flagranza di reato mentre si faceva consegnare il denaro in una piazzola dell'autostrada Genova-Milano. Uno dei fermati era già stato condannato in appello insieme ai FIANDACA per l'omicidio Gaglianò a Genova, ma la Cassazione annullò la sentenza e ordinato di ripetere il processo d'Appello.

Il 2 luglio, il giorno prima dell'Operazione TERRA DI NESSUNO a Genova e Palermo, con cui la DIA di Genova ha sequestrato beni di oltre 5milioni di euro alla famiglia siciliana dei CANFAROTTA a cui viene contestato il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e sfruttamento della prostituzione, a Gela è stato inflitto un altro duro colpo alla mafia gelese. L'indagine ha colpito l'organizzazione che gestiva i traffici illeciti della cosca EMMANUELLO che dopo la morte del boss Daniele EMMANUELLO era retta dalla madre e moglie dello stesso. Si tratta dell'Operazione CERBERUS, promossa dalla DDA di Caltanissetta ed eseguita dalla Squadra Mobile della città siciliana. Agli arresti è finita prima di tutto Calogera Pia MESSINA, detta "Zì Calina", madre di Daniele EMMANUELLO, che non si limitò a coprire la latitanza del criminale ma ne aveva preso il testimone, guidando il clan. Con la signora sono scattate le manette per: Giuseppe BILLIZZI, 37enne; Luigi CANNIZZARO, 45enne; Stefania CASCINO, 31enne; Giuseppe CASSARINO, 51enne; Crocifisso CAVALERI, 55enne; Giorgio Davide LIGNITE, 39enne; Orazio PIRRO, 35enne, imprenditore; Alessandro ROLLA, 27enne; Sandro MISSUTO, 31enne. Il provvedimento è stato anche notificato in carcere a: Carmelo Massimo BILLIZZI, 36enne, ritenuto il luogotenente di EMMANUELLO; Giuseppe BASSORA, 36enne e Domenico VULLO, 33enne. L'inchiesta ha fatto emergere che nell'azione di controllo degli affari gelesi non vi era una sola donna di mafia. Infatti accanto alla madre dell'EMMANUELLO, vi era anche la Virginia DI FEDE, moglie del boss finito con un colpo alla nuca mentre tentava l'ennesima fuga dopo 15 anni di latitanza. L'attività degli inquirenti si è concentrata sulla figura della signora-vedova della cosca ed è emerso che la stessa incassava parte dei proventi delle attività illecite, a partire dagli utili dell'attività estorsiva, pur cercando di mantenere un basso profilo che non destasse sospetti. Inoltre dall'indagine è emerso che era proprio la signora Virginia DI FEDE che si occupava di organizzare al consorte-latitante gli incontri con altri affiliati. Nella verifica sul tenore di vita della famiglia si è inoltre accertato che i frequentavano palestre, scuole di danza, piscine e corsi di ippica. Il figlio Crocifisso frequentava la L.U.M.S.A. di Roma, mentre la figlia Kalina l'università di Piacenza. Disponevano, inoltre, di macchine di grossa cilindrata, bancomat e carte di credito. Degli affari di famiglia, dopo la morte del boss, si concentrava il lavoro di Carmelo BILLIZZI che guidava con Sandro MISSUTO, imprenditore che per conto della cosca mafiosa teneva i rapporti con la SAFAB di Roma, impresa che con il MISUTTO si era "messa a posto" in Sicilia in cambio di lavori in Sicilia e nel resto del Paese.
L'Operazione CERBERUS ha inoltre avviato l'attenzione su alcuni dei politici legati da connivenza e/o contiguità con il clan EMMANUELLO. Tra questi un ex consigliere provinciale di Caltanissetta, oculista originario di Gela ed un avvocato di Gela, consigliere comunale si era rivolto al clan per risolvere il problema del fratello che era stato aggredito da un affiliato a Cosa Nostra.

Ed sempre lungo l'asse che parte da Gela che vi è un'altra recente operazione nella regione "gemellata" con l'Emilia, la Liguria. Sono i primi giorni del 2010 e scatta un Operazione antimafia contro il boss di Cosa Nostra Rosario CACI (uno di quelli su cui da anni la Casa della Legalità ha puntato i riflettori ricevendo, direttamente e indirettamente, anche "particolari" missive, a partire dal primo "incontro" in attesa dello sgombero che - da sola, la Casa della Legalità aveva sollecitato fortemente - per liberare beni confiscati a Genova e rioccupati dal boss, CACI nelle prime ore dell'alba, si rivolse così agli esponenti al presidente dell'Associazione: "Mi scassi la minchia. Perché mi rompi i coglioni? Tu mi rompi troppo i coglioni!"). Con lui viene beccata anche la signora Concetta CACI ("solo la madre dei suoi figli"). Questi dove aver dovuto abbandonare, dopo le denunce pubbliche (e non solo) della Casa della Legalità la stanza d'albergo nella centralissima via Balbi che il Comune di Genova (con la Giunta di centrosinistra di Marta Vincenzi con consulente per la promozione della città Nando dalla Chiesa) gli pagava dopo lo sgombero, e dopo aver aperto un bar con licenza del Comune intestata al figliolo, si era trovato una casetta in Piazza Sauli, sempre nella città vecchia, ed aveva preso in affitto un appartamento nella centralissima via XX settembre, al civ. 2. Qui, accanto allo studio legale Auditore-Ghiara, aveva aperto una Casa di Appuntamenti per vip, ma anche un luogo di copertura per un giro di usura. Una delle prostitute ha deciso di collaborare ed ha fornito agli inquirenti anche i nomi dei clienti "vip", tra cui politici ed un noto attore già al centro di pesanti vicende, Calissano. Una casa di appuntamenti che può essere stata molto utile al CACI per rafforzare la rete, fondata sul ricatto e l'omertà, tra chi "conta" in città per poter proseguire nelle sue attività illecite. Infatti CACI è tutt'altro che un semplice "criminale", è un boss mafioso a pieno titolo. Ad un giornalista ha dichiarato che lui non è mafioso ma gli farebbe piacere vedere il presidente della Casa della Legalità sciolto nell'acido, ad un altro giornalista ha invece dichiarato che il presidente dell'associazione antimafia gli ricorda il colonnello Riccio della DIA che lo arresto insieme agli EMMANUELLO. La cosa divertente è che il giornalista, in questo caso pubblicò tranquillamente la dichiarazione del CACI, che così poteva indicare a chi voleva, tramite stampa, il nemico da colpire. E CACI in uno degli "incontri" nei presidi della Casa della Legalità nella centro storico, disse al Presidente dell'Onlus che "Stamattina quando sono sceso volevo ammazzarti. Ma poi mi sono pentito", per poi aggiungere "Io l'aggredisco, l'aggredisco una volta sola e basta... due volte non l'aggredisco". Il ritratto perfetto del soggetto lo fornisce l'Ordinanza con cui sono stati confiscati i suoi bene, si iniziativa della DIA, nel 2005. Qui è riportato il profilo criminale inconfutabile emerso dalle sentenze di condanna: "Dalla sentenza di condanna emessa dalla Corte di assise di appello di Genova e da quella emessa da questa Corte (Caltanissetta, ndr) risulta che il CACI era organicamente inserito in un'associazione dedita allo spaccio dell'eroina, operante sulla piazza di Genova e costituente emanazione di Cosa Nostra, precisamente della componente gelose del clan MADONIA. In detta associazione il CACI si era progressivamente inserito, passando dal ruolo di mero spacciatore a quello di addetto ai regolamenti finanziari tra le parti. In questo ambito aveva mantenuto stretti rapporti con il gruppo di mafiosi gelesi trapiantati a Genova, prestandosi a fungere da tramite tra i medesimi ed a mettere a disposizione dei latitanti appartamenti e a ricoverare latitanti e armi in appartamenti ed immobili dallo stesso acquistati (come la Cascina di Borgo Marengo) o altrimenti presi in affitto... In questo senso non può costituire elemento dirimente la dedotta attività lavorativa della CACI come prostituta, del cui sfruttamento si sarebbe occupato il CACI secondo numerose voci processuali".

Per chiudere sugli affari della mafia siciliana che si snoda anche e nel e vicino al territorio dell'Emilia Romagna, per comprendere pienamente i settori di operatività e le capacità di infiltrazione vediamo un esempio, offerto da una recente Operazione dei NOE, che ci parla della questione rifiuti.

Si tratta dell'Operazione MATASSA e coinvolge la società ITALIA 90 srl, con sede a Palermo, in via della Sapasimo 62-62 e sede operativa in Ospedaletto Lodigiano (Lodi) in via Fermi. L'operazione è scattata il 14 settembre scorso su iniziativa dei Carabinieri del NOE di Milano con la collaborazione del personale del Gruppo Tutela Ambiente di Treviso e Napoli, oltre ai Comandi Provinciali dei Carabinieri di Lodi, Piacenza, Palermo e Trapani. I provvedimenti che hanno disposto nove arresti per associazione per delinquere finalizzata all'aggiudicazione ed acquisizione di appalti pubblici aventi per oggetto la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, turbativa d'asta aggravata, truffa e traffico illecito di rifiuti speciali, sono stati adottati su iniziativa della Procura della Repubblica di Lodi.
La società ITALIA 90 srl, su cui già dall'aprile 2008 i NOE avevano ricevuto segnalazioni sugli elevati ribassi nelle offerte per l'aggiudicazione degli appalti, ha avuto appalti in diversi comuni della Liguria, aveva conquistato una decina di Comuni nella provincia di Lodi e quasi due terzi dei Comuni della provincia di Cremona, per un ammontare totale superiore ad otto milioni di euro. Nello stilare la mappatura degli appalti dell'ITALIA 90 srl gli inquirenti hanno anche raccolto segnalazioni di atteggiamenti intimidatori da parte di uno dei soci ufficiali della società verso potenziali concorrenti delle gare. Tra le ipotesi investigative anche quella del riciclaggio e la violazione ambientale nell'ambito del trattamento di rifiuti speciali. Dalle verifiche effettuate è risultato che la società ITALIA 90 srl presentava dichiarazioni false per l'aggiudicazione delle gare. A seguito di questa risultanza venivano avviate intercettazioni telefoniche sulle linee dei procuratori e amministratori della società, ma anche al Dirigente dell'Area Tecnica del Comune di Sant'Angelo Lodigiano, sospettato di rapporti di corruzione. Con tale provvedimento si poteva quindi accertare, ad esempio, che il Comune aveva deciso di bandire una gara per l'affidamento dei servizi di raccolta integrata rifiuti urbani e dei servizi di igiene urbana, con un importo di oltre 5milioni di euro (iva esclusa) per 5 anni, a partire dal 1 gennaio 2009; che tale servizio era seguito dall'ITALIA 90 srl e che nel procedimento di stesura del capitolato speciale veniva coinvolta dal Pubblico Ufficiale l'amministratore di fatto dell'ITALIA 90 srl. Il rapporto di collusione tra i due soggetti aumentava nel periodo tra la pubblicazione del bando e la chiusura delle offerte. Sono state registrate sia l'uso di fax "civetta" sia di colloqui con linguaggi criptati.
La documentazione presentata dalla società ITALIA 90 srl non era completa. La gara venne assegnata alla società MECO srl in via provvisoria. A questo punto scattano da parte del titolare di fatto della società ITALIA 90 srl una serie di "pressioni" attraverso minacce nei confronti della società aggiudicataria dell'appalto. L'attività investigativa ha permesso di acquisire anche un dato ulteriormente chiaro: a seguito dell'aggiudicazione dell'incarico, vi fu un incontro tra i management della ITALIA 90 srl e della MECO srl, con sede a Trapani in via Gaspare Ameglio 7. Questo incontro si è tenuto presso una società di automezzi industriali per la raccolta dei rifiuti solidi urbani, la MAVI spa con sede a Palermo in viale della Resurrezione 83. E' nell'ambito di questo incontro che la MECO srl evidenziava all'ITALIA 90 srl che voleva ritirarsi dall'incarico. Successivamente la società MECO srl rinunciava effettivamente e formalmente all'appalto ed il Comune di Sant'Angelo Lodigiano, affidava in via provvisoria l'incarico alla ASTEM GESTIONI srl e poi in via definitiva alla ITALIA 90 srl.
Ma il colpo di scena, se così di può chiamare, avviene in un altra gara, in altro Comune. Siamo infatti a Zelo Buon Persico, sempre in provincia di Lodi. Qui la gara per la gestione del servizio di igiene urbana per 5 anni vede un importo di base di 255mila euro annui. Alla gara partecipa una sola società, la ITALIA 90 srl. Il Comune richiede quindi in via preventiva alla Questura di Palermo la certificazione antimafia, ma dalle Autorità palermitane arriva una risposta chiara su ITALIA 90 srl: "infiltrazioni mafiose". Infatti l'amministratore di fatto della ITALIA 90 srl è tale Claudio DEMMA (formalmente procuratore speciale della stessa) è sposato con Maria ABBATE, sorella di Luigi ABBATE (nato a Palermo il 18 aprile 1958) detto "Gino u' mitra" e di Ottavio ABBATE (nato a Palermo l'8 luglio 1966), esponenti di spicco della famiglia mafiosa del mandamento di Porta Nuova di Palermo. A seguito di questo il Comune di Zelo Buon Persico ha proceduto all'annullamento dell'affidamento della gara.

L'attività investigativa ha anche fatto emergere un traffico illecito di consistenti quantità di rifiuti prodotti dal cimitero di Sant'Angelo Lodigiano e smaltiti illecitamente, con falsificazione del codice CER, nell'impianto di trattamento rifiuti di Montanaso Lombardo.

Il Gip del Tribunale di Lodi, sulla base delle risultanze investigative presentate dai NOE di Milano ha proceduto all'adozione di 9 misure di custodia cautelare. Cinque di queste eseguite a Palermo ed hanno visto come destinatari del provvedimento: Maria ABBATE, dipendente della ITALIA 90 srl (domiciliari); Tiziana GATTI, impiegata amministrativa dell'ITALIA 90 srl (domiciliari); Mario MADONIA, titolare della concessionaria autocarri Renault MAVI srl (domiciliari); Susanna INGARGIOLA, amministratore unico della ITALIA 90 srl (domiciliari); Claudio DEMMA, socio della ITALIA 90 srl ma di fatto gestore della società (in carcere). A Trapani è stato sottoposto a fermo Epifanio NAPOLI, imprenditore nel settore dello smaltimento dei rifiuti mentre i due funzionari del Comune di Sant'Angelo Lodigiano finiti nell'inchiesta sono l'ing. Stefano PORCARI di Piacenza e e Giuseppe TACCHINI, dirigente del settore pianificazione territorio.

E se l'operazione dei NOE sulla partita rifiuti è arrivata ad un funzionario pubblico residente a Piacenza, diamo ancora un occhio a questa cittadina. Possiamo quindi ricordare che il 16 giugno 2009, proprio nel centro di Piacenza, viene arrestato il "postino" del boss latitante Matteo MESSINA DENARO. Si tratta del 45enne Vito Angelo BARRUZZA. Già in carcere nel passato per reati di mafia, una volta uscito dal carcere si era insediato, alcuni anni fa, con la famiglia nel centro della cittadina emiliana, dove formalmente lavorava nel settore dell'edilizia. Con l'ordinanza di arresto del Gip di Trapani, sono arrivati nella dimora piacentina gli agenti dello SCO della Polizia di Stato per arrestarlo con un accusa pesante. 416 bis, ovvero associazione mafiosa, per il favoreggiamento del latitante MESSINA DENARO. A seguito di un attività investigativa che monitorava il BARRUZZA, si è accertato che il soggetto era uno degli incaricati dell'organizzazione alla gestione delle comunicazioni tra il nuovo uomo di vertice di Cosa Nostra, il latitante MESSINA DENARO e la rete territoriale della mafia siciliana. Comunicazioni che avvenivano, naturalmente, attraverso i pizzini.
I reparti che lo hanno seguito in questa lunga indagine hanno affermato che il BARRUZZA "Si era mimetizzato alla perfezione nella tranquillità della cittadina di provincia". Tornava a Mazara del Vallo due o tre volte l'anno, con famiglia al seguito, e raccoglieva le informazioni da "consegnare".

Per concludere questo capitolo, occorre ricordare che anche nell'ambito delle inchieste su Cosa Nostra ed in particolare sulla cosca di MADONIA e degli EMMANUELLO, sia in Sicilia sia per la loro ramificazione nelle regioni del nord, tra cui, come abbiamo visto, l'Emilia Romagna in modo pesante, oltre alle intercettazioni sono state determinanti le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che per quanto concerne questa consorteria criminale sono, fortunatamente, molteplici. Tra questa quelle di Francesco ERCOLE, Agesilao MIRISOLA, Carlo Alberto FERRAUTO detto Ercolino, Pietro RIGGIO, Aldo RIGGI, Carmelo BARBIERI."
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