Gli amici degli amici di Claudio Burlando

Scritto da Marco Preve e Ferruccio Sansa

Pubblichiamo integralmente il capitolo su Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria, del libro "Il Partito del Cemento"...


Quelli che giocano e contano

Genova è una città strana, dove la tradizionale riservatezza che viene sventolata come un vanto talvolta somiglia alla complicità, o addirittura, per usare una parola forte, all'omertà. Dove il low profile non è soltanto senso della misura, ma anche capacità di mimetizzarsi e di svolgere i propri giochi lontano dai riflettori e dagli impacci.
Qui - e chissà in quante altre città della nostra Italia - per capire chi comanda davvero non bisogna tanto guardare chi occupa le poltrone delle istituzioni o dei consigli di amministrazione, ma piuttosto sedersi a un tavolo di carte. Non è una metafora. Non soltanto.
La Genova che conta si ritrova ogni lunedì sera al Ristorante Europa, un locale storico affacciato sul pavimento a mosaici di Galleria Mazzini che con le sue luci sfumate fa tanto fine Ottocento. È un rito che sotto un velo di goliardia e di giocosità nasconde molto altro. Chissà quanti genovesi lo sanno che tante decisioni importanti sono state prese tra un re di picche e un asso di quadri. La capacità di bluffare non conta soltanto nelle carte.
Per avere accesso alla sala da gioco bisogna essere introdotti, avere l'invito di un «socio». Genova è così, aperta verso i nuovi arrivati, come insegna la storia del porto; ma per entrare davvero nei giri che contano, be', allora è diverso: devi essere almeno genovese di seconda generazione oppure conoscere qualcuno in grado di introdurti e garantire per te.
Al piano terra del ristorante non si nota niente: la vetrina con il pesce e le aragoste, i tavoli con la tovaglia ocra e piatti genovesi cucinati a mano ogni sera, il profumo del basilico e quello delle orate fresche. Il lunedì sera, però, la scena è diversa. Quasi inosservati, ecco arrivare uno dopo l'altro sindaci, presidenti di Regione, imprenditori e banchieri. Scivolano tra i tavoli e imboccano la scaletta che scompare verso il piano di sopra. È qui il vero ritrovo: superata l'ultima porta, all'improvviso si è avvolti da una nuvola di calore, di voci. Sembra quasi un'osteria, un ritrovo di vecchi amici. E forse, almeno in parte, è così. Ma ai tavoli - proprio gli stessi dove di giorno si siedono gli impiegati in pausa pranzo - sono riuniti tutti i maggiorenti della città. Ecco il terminalista Aldo Spinelli accanto al petroliere Riccardo Garrone. Poco più in là l'operatore portuale Gianni Scerni e l'imprenditore siderurgico Vittorio Malacalza. Si gioca confortati da un rito che si ripete da anni e cancella il tempo. Si scherza sulla fantastica trippa, magari pensando davvero che sia un passatempo per tutti ingenuo.
Certo, qualcuno potrebbe notare che la scena è la stessa di dieci, vent'anni fa. E anche i protagonisti non sono cambiati. Già, la tavolata dell'Europa è il miglior ritratto di una classe dirigente che non si rinnova, come una foto scolastica dove gli studenti sono sempre gli stessi, soltanto che oggi hanno i capelli bianchi e le rughe. Ma, proprio come tra vecchi amici, a stare sempre insieme ci si nasconde l'uno con l'altro la vecchiaia.
È vero, qui non sono tutti amici, anche perché in palio non ci sono soltanto le scommesse da qualche centinaia di euro. Ai tavoli dell'Europa si consumano e si confrontano anche rancori e rivalità decennali. Qui si ritrovano l'uno davanti all'altro armatori che poi si fronteggiano sulle banchine o, negli ultimi tempi, anche nelle aule dei tribunali. L'importante è esserci, mostrare che non si è abbandonata la scena. Imprenditori, professionisti e politici. Destra o sinistra non importa. Lasciate le aule dei consigli, lontani dai riflettori e dagli occhi degli elettori, si possono finalmente scambiare pacche sulle spalle, darsi del tu stringendo alleanze in nome di una mano a scopone. Qualcuno cala un asso e butta lì una battuta. In tanti hanno raccontato di aver concluso affari sotto le volte dell'Europa. Basta una strizzata d'occhio, una stretta di mano.
Anche questo è il potere: conoscersi e riconoscersi. E il lunedì dello scopone è una specie di bicamerale, dove non ci sono né destra né sinistra. È un emiciclo dove ognuno rappresenta se stesso e dove il vento giusto può soffiare da qualsiasi parte. Di questi tempi prevale soprattutto il Maestrale.
Chi non ha accesso alla saletta superiore dell'Europa non conta davvero, non ha quel sigillo invisibile eppure evidentissimo. Così alle partite di scopone del lunedì non può certo mancare Claudio Burlando, l'uomo che da anni ormai in Liguria conta più di chiunque altro e che nessun record di impopolarità nei sondaggi farà smuovere di un millimetro. Che ha rapporti con tutti i giocatori degli altri tavoli.


Amicizie contromano

Il 16 settembre 2007 Claudio Burlando è stato beccato mentre guidava contromano sul raccordo dell'autostrada. Lo ha raccontato per primo Massimo Calandri su «la Repubblica» pochi giorni dopo, il 21 settembre, poi ne hanno parlato tutti i giornali per una settimana: Burlando, fermato dalla polizia stradale, invece di mostrare i documenti come qualsiasi cittadino, ha tirato fuori un tesserino parlamentare perché, dice, non aveva altri documenti con sé. Alla fine se n'è andato senza che, sul momento, fosse preso alcun provvedimento nei suoi confronti. Dopo alcuni giorni, e dopo che era scoppiato lo scandalo, il prefetto gli ha tolto la patente per un anno. È normale, dichiarano le autorità, che la sanzione arrivi in un secondo tempo. Non sappiamo se sia davvero così, bisognerebbe chiedere a qualcuno che si è trovato nella stessa situazione. Burlando sostiene di aver addirittura sollecitato il provvedimento.
Un incidente di percorso, per fortuna non un incidente stradale. E comunque in questa storia ci sono cose che ci hanno fatto pensare più ancora dell'infrazione, della patente dimenticata, del tesserino e della sanzione tardiva. Una piccola storia che qualche lettore dei giornali e qualche politico ha snobbato etichettandola come «accanimento» o, secondo un vecchio ritornello, come «complotto».
Ne ha scritto Giovanni Mari in un articolo che è comparso su «Il Secolo XIX». Il giornalista è andato a vedere a chi apparteneva l'auto che Burlando guidava al momento dell'incidente e ha visto che non era di sua proprietà. Si è scoperto così che Burlando da anni usa un'auto di Franco Lazzarini, titolare di Ital Brokers, la più importante società di brokeraggio assicurativo in Italia. Tutto qui? No, Burlando, come lui stesso ha spiegato e come tutti nel suo ambiente sanno benissimo, da tempo è ospite di Lazzarini nella sua casa. «Pago un regolare affitto», assicura il presidente della Regione.
Ma a questo punto la vicenda si complica: l'opposizione di centrodestra attacca Burlando perché Ital Brokers avrebbe ricevuto appalti dalla Regione Liguria. Lazzarini smentisce, giurando e spergiurando che la sua società ha stipulato contratti da pochi euro, dopo regolare gara, e che i suoi rapporti con la Regione non hanno tratto nessun giovamento dall'elezione di Burlando.
Queste le parole di Giovanni Mari su «Il Secolo XIX»: «La gara in questione è stata vinta nominalmente dal leader mondiale Marsh, che aveva scelto come partner locale Ital Brokers. L'affare, però, a quanto sembra, è tutto della Marsh: "A spanne, potrei dire che la commessa in Regione ci frutta sui 10- 20mila euro l'anno - commenta Lazzarini - perché da quando il mio amico Burlando è presidente noi abbiamo persino smesso di fare le gare locali". Ma Ital Brokers - prosegue Mari - ha avuto grosse commesse anche dal centrodestra: nel 1994 ottenne in affidamento diretto il brokeraggio per la Camera e il Senato dall'allora governo Berlusconi tramite il sottosegretario ligure alla presidenza del consiglio, Luigi Grillo; durante il secondo governo Berlusconi otterrà la commessa per colossi come Fincantieri, (parte di) Finmeccanica ed Anas».
La questione, però, è un'altra: Franco Lazzarini, che è un tipo piuttosto loquace, ha ammesso senza alcun problema (anche direttamente con noi) che Ital Brokers ha siglato contratti con il ministero dell'Interno, con molti enti pubblici e soprattutto con le Ferrovie: «È vero. Ho ricevuto una consulenza nel 1996. Sì, quando Burlando era ministro dei Trasporti, embé, che cosa c'è di male? Claudio non c'entra nulla con quel contratto per il quale, anzi, eravamo in trattativa da due anni, da quando al governo c'era Berlusconi».
Il problema a questo punto si pone in altri termini: è opportuno che un uomo politico di primo piano possa utilizzare gratuitamente l'auto che gli presta a tempo indeterminato un amico, proprio quell'amico che riceve centinaia di migliaia di euro da enti pubblici? Ed è normale che lo stesso presidente della Regione viva nella stupenda villa dell'amico imprenditore, pur pagando un affitto, lui giura, al prezzo di mercato?
Qui non stiamo parlando di reati, ma di questioni di opportunità. In Inghilterra un ministro si è dimesso perché aveva accelerato la pratica della sua colf che, avendone diritto, chiedeva il permesso di soggiorno. Qui, invece, il legame tra Burlando e il suo amico Lazzarini non merita nemmeno una risposta seria da parte degli interessati. Senza che sia chiarito fino in fondo il ruolo di Ital Brokers nella vita di Genova e non solo. Insomma: Burlando e Lazzarini dovrebbero fornire l'elenco completo dei soci e degli amministratori della Ital Brokers con relative retribuzioni, degli appalti ricevuti e delle gare cui hanno partecipato. Invece niente: abbiamo provato a chiedere alle Ferrovie, ma è impossibile avere notizie dei contratti di consulenza della Ital Brokers. «È vero, c'è un contratto, ma non possiamo fornire dettagli», dicono.


Burlando: l'uomo più potente della Liguria

Che cosa c'entra questa storia con il nostro libro sul cemento? Burlando è, oggi, l'uomo più potente della Liguria. E non siamo noi a dirlo. Non solo: come presidente della Regione è il principale responsabile della politica urbanistica e paesaggistica in Liguria. Il ruolo di Burlando nella costruzione dei porticcioli che stanno invadendo la nostra terra è assolutamente decisivo. Tutti i progetti in discussione passano sul suo tavolo. E allora, quando lui assicura che agirà nel bene dell'ambiente, che non cederà al cemento, noi tutti dobbiamo essere in grado di valutare quanto e se credere alle sue parole. Dobbiamo capire quanto è estraneo agli enormi interessi di potere e di denaro che si concentrano intorno ai progetti che costellano la regione.
È questione di stabilire la credibilità di una persona che ci governa. Nessun accanimento, dunque. Nessun complotto. Così, dopo aver letto quell'articolo di Giovanni Mari ci siamo messi in testa di fare una piccola indagine. Roba di un giorno, forse due. Niente di impossibile per un cittadino qualunque che abbia voglia di informarsi. Grazie a internet tutti possiamo fare delle inchieste e poi valutare.
Come prima cosa, quindi, abbiamo acceso il computer e abbiamo fatto una breve ricerca sul passato di Burlando. All'inizio sono emerse le solite storie: l'arresto, nel 1993, e poi l'assoluzione con tanto di risarcimento per l'ingiusta detenzione. In breve, Burlando, allora vicesindaco di Genova, aveva contrattato per il Comune la realizzazione dei parcheggi e del sottopasso di Caricamento, in pieno centro storico. Erano opere considerate decisive per le Celebrazioni Colombiane del 1992. L'accusa sosteneva che l'allora vicesindaco e assessore all'Urbanistica avesse offerto all'Ansaldo una somma spropositata per fini che nessuno è mai riuscito a chiarire. Alla fine Burlando fu assolto per non aver commesso il fatto. Punto e basta: poco importa che i magistrati abbiano espresso perplessità sul suo comportamento di amministratore. I guai, scrisse il giudice di primo grado che doveva decidere dell'appalto per i parcheggi, «risultano essere dipesi dalla sottovalutazione dell'interesse urbanistico in gioco, accompagnata dalla disattenzione per gli elementi di fatto». In pratica Burlando si recò alla trattativa per un appalto da decine di miliardi di lire senza aver letto la relazione dei suoi uffici e «senza conoscere neppure in via approssimativa i termini economici delle questioni che pretende di decidere».
Mentre per la vicenda del sottopasso: «Non si vuole affermare - scrisse il Tribunale - che Burlando abbia agito nel migliore dei modi nel contenimento della spesa». Il magistrato ricorda che il vicesindaco non ha agito per vantaggio patrimoniale e che anche il vantaggio non patrimoniale, cioè «l'aumento del prestigio», sarebbe «una mera ipotesi». Che Burlando, conclude il magistrato, «in altra occasione, e per un fatto che non interessa la giustizia, abbia tenuto un atteggiamento di benevolenza» nei confronti di una delle persone interessate dall'indagine «non è indice di dolo specifico per il reato». La persona in questione è Rossana Revello, titolare di un'importante agenzia di comunicazione, che ritroveremo più avanti per un altro caso.
Insomma, possiamo anche discutere se una trattativa condotta in modo forse approssimativo debba influenzare la carriera di un politico che si propone di amministrare una regione o un paese, ma Burlando sembra aver pagato perfino troppo per quella storia.
Comunque basta parlare del passato, soprattutto se non si può arrivare a stabilire niente di nuovo. Basta anche parlare della contestata esperienza di Burlando come ministro dei Trasporti oppure delle accuse che gli ha mosso Calisto Tanzi: «Burlando ha ricevuto un miliardo di lire da Sergio Piccini [capo delle società turistiche di Tanzi, Nda]». Il caso è stato archiviato: l'unico testimone è morto e Burlando ha denunciato Tanzi per calunnia: «Altro che tangenti - dice Burlando - io ho fermato i suoi piani e ora voglio giustizia non prescrizioni o amnistie».
Certo, anche qui sorge spontaneo un dubbio: perché un uomo che è già nei guai fino al collo dovrebbe peggiorare ulteriormente la sua situazione mettendosi a calunniare una persona innocente? Ma potrebbe benissimo essere anche vera l'ipotesi che sembra avvalorare la denuncia di Burlando: Tanzi, proprio perché non ha più nulla da perdere, si permette ormai qualsiasi cosa.
La vicenda, emersa alla vigilia delle elezioni regionali del 2005, è chiusa.
Ma adesso atteniamoci al presente. Proviamo a tracciare noi un quadro della situazione senza dipendere dalle parole di persone coinvolte in scandali colossali. Proviamo a capire quale sia il legame tra Burlando e Lazzarini. Internet e gli archivi dei nostri giornali ci raccontano di un'amicizia coltivata anche sui campi di pallone: Claudio e Franco sono buoni giocatori. I cronisti raccontano con simpatia la passione del politico mezzapunta, si incuriosiscono vedendo i potenti della città che dismettono il gessato per vestire i pantaloni corti. Che dimenticano alleanze politiche in nome di una maglietta a righe. A leggere gli articoli, però, scopri un fenomeno tutto italiano: il campo da gioco diventa luogo per incontrarsi e coltivare amicizie. Si sviluppa una sorta di fedeltà calcistica tra persone che poi svolgono ruoli chiave nella vita della città: imprenditori, politici, pubblicitari, alti magistrati. Quando parli con Lazzarini non perde occasione per elencarteli tutti, magari cercando comuni conoscenze. Eh già, l'uomo che ti passa la palla, che fa la doccia con te negli spogliatoi diventa anche tuo amico fuori dal campo.
Ma andiamo avanti e cerchiamo di ricostruire di che natura sono davvero i legami tra Burlando e Lazzarini. E in che ambiente si muovono.


Soffia il Maestrale

Tanto per cominciare, Franco Lazzarini è uno dei promotori dell'associazione di Burlando che si chiama Maestrale. Qui dobbiamo soffermarci un bel po', perché senza dubbio si tratta di un soggetto chiave per capire l'idea di politica che domina a Genova. Ma non solo. Il manifesto indica le finalità dell'associazione fondata da Burlando:

[Maestrale] pone quindi alla sinistra il problema di innovarsi, di aprirsi alle realtà sociali emergenti, e di costruire nuovi strumenti di rapporto con la società genovese e ligure. Questa esigenza è ancora più avvertita perché la sinistra non dispone più di sedi culturali, quali il Gramsci e il Turati, che hanno favorito per molti anni un proficuo rapporto con la nostra comunità. I Promotori di questa Associazione culturale ritengono importante dar vita ad un luogo di riflessione, di elaborazione e di confronto, offrendo al tempo stesso alla città e alla regione un'occasione di impegno sociale e di partecipazione politica. Politica e cultura possono vivere e crescere solo insieme, e la politica senza cultura è condannata ad avere respiro corto.

Questo è il senso di Maestrale - almeno per come espresso nel manifesto -, un'associazione che organizza convegni in città e raccoglie adesioni in tutta Italia. Ma forse non dobbiamo accontentarci di ciò che l'associazione dice di sé. Prima di farci un'idea precisa dobbiamo provare a vedere chi sono le persone che la animano. Scorriamo allora l'organigramma, una lista di quasi cento nomi. Dentro, è la prima impressione scorrendo l'elenco, ci sono persone di tutte le provenienze e di molti orientamenti diversi: dallo psicologo Paolo Crepet a grandi attori come Mariangela Melato e Moni Ovadia, passando per personaggi televisivi come Claudio Bisio e Maurizio Crozza (con moglie). Sono questi i nomi che attirano l'attenzione, che oscurano quasi gli altri.
Però, dopo esserci soffermati sull'elenco dei membri, uno per uno, abbiamo provato a rileggere la lista e quasi senza che ce ne accorgessimo è emerso un altro quadro, completamente diverso, fatto di nomi che ai genovesi dicono poco e agli altri addirittura nulla. Tante figure legate da un filo rosso. Proviamo a seguirlo. Non è difficile, può farlo chiunque (magari anche nella classe politica, se lo si volesse), non occorrono particolari mezzi. Per prima cosa abbiamo incrociato i nomi dei 99 promotori di Maestrale con quelli delle persone che hanno ricevuto incarichi dalla Regione durante il mandato di Claudio Burlando (http://crweb.regione.liguria.it/ElencoNominativi.asp). C'è voluto un po' di tempo, ma la ricerca è stata fruttuosa. Bene, quasi il 10 per cento dei sostenitori dell'associazione privata Maestrale ha avuto una nomina dall'ente pubblico guidato dallo stesso presidente dell'associazione. Certo, dirà qualcuno, è logico che un uomo politico peschi tra persone di fiducia. Ma qualche maligno potrebbe anche dire che attraverso l'amministrazione si ricompensa la fedeltà degli amici.
Noi diciamo che, a pensarci prima, tanto per non sbagliare, ci iscrivevamo al Maestrale. Magari diventavamo presidente della Filse, la finanziaria regionale, come Edoardo Bozzo (consigliere di amministrazione di Maestrale), che il 5 luglio 2005 ha ottenuto la prestigiosa e ambìta poltrona. Oppure membro della sezione regionale di controllo della Corte dei Conti, come Simone Stagnaro, nominato il 22 novembre 2006 su diretta designazione della giunta presieduta da Burlando (così è scritto sul sito della Regione). Magari un posto nell'ombra, ma è sempre utile sapere che a occuparlo e a compiere quel controllo è una persona di stretta osservanza. C'è poi Piero Lazzeri, uno spedizioniere che il 7 aprile 2006, con nomina della giunta, si è ritrovato a occupare una poltrona in un ambito apparentemente diverso da quello di sua competenza, nell'Ente Teatro Stabile di Genova. O ancora Marcello Danovaro, finito nella Consulta per le attività culturali. Lui, almeno, aveva un'esperienza specifica (oltre che una provata fede politica, essendosi candidato alle elezioni comunali per il centrosinistra). Giovanni Pisani, infine, l'11 luglio 2007 è stato nominato nel consiglio di amministrazione di Sviluppo Genova Spa. E qui spunta di nuovo fuori, in qualche modo, il nostro amico Lazzarini, perché Pisani è socio di Interconsult, a sua volta socia di Ital Brokers. Non è il solo. Con lui tra i promotori di Maestrale ci sono altri due soci di Interconsult: Alcide Rosina e Franco Pronzato. Un groviglio inestricabile, ma alla fine il filo rosso si trova.
Otto su 99, non è male. Senza contare alcune omonimie che saltano all'occhio, ma i controlli sui parenti, le mogli, i figli e i fratelli non sono possibili. Ed è soltanto l'inizio. Nell'elenco ci sono anche persone che occupano posti di rilievo in enti a controllo pubblico e che vengono nominate anche dalla Regione o, comunque, dagli enti locali. Prendiamo per esempio Marco Arato, avvocato e presidente («senza deleghe», mette sempre le mani avanti l'interessato) del consiglio di amministrazione dell'aeroporto. Un posto non da poco, soprattutto in un momento in cui a Genova ci si sta scannando per decidere sulla composizione dell'azionariato dell'aeroporto e sull'eventuale privatizzazione. «Sono molto amico di Burlando», ammette Arato, un noto avvocato, che da almeno dieci anni sui giornali è indicato come un «Burlando-boy».
Anche Beppe Pericu, ex sindaco di Genova e promotore di Maestrale, siede nell'ambìto consiglio di amministrazione dell'aeroporto («ma senza ricevere alcun compenso», ha sempre specificato).
Infine un altro piccolo cenno a Franco Pronzato, proprio il socio di Pisani, di Rosina e di Lazzarini. «Manager di lusso dell'area marittimo-portuale», lo hanno definito i giornali. E chissà che cosa intendevano. Pronzato è stato consulente del ministro Pierluigi Bersani e, dopo essere stato nominato nel cda dell'aeroporto di Genova, è finito nel consiglio di Enac (Ente Nazionale per l'Aviazione Civile).
C'è poi Luigi Negri, presidente di Terminal Contenitori Porto di Genova Spa e di Assiterminal, l'associazione aderente a Confindustria che rappresenta i terminalisti (cioè gli operatori che gestiscono, appunto, i terminal dove vengono scaricate le merci). E qualche riga più in basso si ritrova Paride Batini, l'uomo che per longevità di potere farebbe invidia a Fidel Castro e che stretto nel suo eskimo guida da decenni la Culmv (Compagnia unica lavoratori merci varie), la cooperativa dei camalli genovesi che dà lavoro a oltre mille persone e a Genova, a ragione, è considerata un'istituzione. Un personaggio, Batini, che da queste parti a metterlo in discussione si rischia di essere accusati di bestemmia.
Eppure è accaduto e per molti è stato come svegliarsi d'improvviso e scoprire che le vecchie divisioni, politiche, ideologiche, di classe come si diceva una volta, son venute meno in nome di interessi comuni e trasversali che hanno come unico obiettivo il potere. È successo con l'inchiesta «Fronte del porto » sulle trame che stavano dietro l'assegnazione delle banchine e dei terminal, e che ha coinvolto l'ex presidente dell'Autorità portuale Giovanni Novi, ricco broker con la passione della vela, l'impenetrabile docente di diritto Sergio Maria Carbone, consigliere di Finmeccanica, e poi armatori come Aldo Spinelli e Aldo Grimaldi e molti altri ancora, compreso appunto il console comunista.
Le oltre quattromila pagine raccolte dai pm genovesi Walter Cotugno, Enrico Zucca e Mario Morisani, contengono anche centinaia di intercettazioni telefoniche. Una volta c'erano i grandi romanzieri, i Tolstoj e i Mann, che tracciavano un ritratto della società del loro tempo. Oggi, in attesa di uno scrittore che sappia racchiudere in un volume lo spirito di questi anni, le intercettazioni stanno diventando un genere letterario, capace di descrivere in modo crudo, ma del tutto realistico, il mondo del potere. È accaduto per Antonveneta, succede, in chiave locale, per l'inchiesta sul porto di Genova. Centinaia di colloqui in cui l'oggetto principale della conversazione sembra essere il potere, in molte declinazioni diverse. Centinaia di conversazioni in cui finisce anche Burlando, mentre parlando con Novi, discute delle nomine dei consiglieri dell'aeroporto Cristoforo Colombo.

Burlando: «Sta' un po' a sentire, Giovanni».
Novi: «Dimmi Claudio».
Burlando: «Ho visto Bianchi poco fa, Tirreno Bianchi».
Novi: «Ah bene, sì».
Burlando: «Che mi ha detto che l'impegno era che appena andava giù Pronzato [?] si apriva uno spazio per [omissis]».
Novi: «Ah sì, io... io ho un problema, tu lo sai, di Claudio Scajola [Scagliola nell'inesatta trascrizione, Nda], eh». [Annotano i finanzieri: «Novi ride»].
Burlando: «Ma chiamatelo un po' Tirreno, va'».
Novi: «Io lo chiamo Tirreno, sicuramente, non c'è problema».
Burlando: «E beh, adesso però questo è alla nomina [omissis] tra virgolette "nostra", teniamola lì, dai».
Novi: «Semmai dico no, semmai dico a Simeone di andare via, guarda».
Burlando: «Sì, va bene».
Novi: «A Scajola magari un posto glielo diamo poi».
Burlando: «Chiama un po' Tirreno».
Novi: «Chiamo io Tirreno, stai tranquillo».
Burlando: «Che è uno che in questi mesi ci può aiutare».
Novi: «Sì, sì, sicuramente».
Burlando: «Essendo molto amico del ministro».
Novi: «Sì, ci penso, lo chiamo oggi stesso».
Burlando: «Nonché omonimo [Alessandro Bianchi è ministro dei Trasporti, Nda]».
Novi: «È vero» (ride).
Burlando: «Va bene, ciao».
Novi: «Ok, ciao Claudio».

In queste poche battute entrano in scena diversi protagonisti della vita pubblica della Liguria. Il primo è Burlando. Il secondo è il ministro del nuovo governo di centrodestra, Claudio Scajola.
Il terzo nome è quello di Tirreno Bianchi, console della compagnia portuale Pietro Chiesa (detta dei carbunìn), consigliere regionale del Pdci e membro dell'associazione Maestrale. Che spiega: «So soltanto che Novi, a un certo punto, mi ha chiamato e mi ha chiesto se volevo fare il consigliere d'amministrazione al Colombo. Io ho detto sì, ma che prima avrei dovuto valutare se quell'incarico era compatibile con quello in Regione».
Infatti poi Novi ne parla il giorno successivo con Sergio Maria Carbone.

Novi: «Scusa Sergio, ho parlato con Claudio Burlando di Tirreno Bianchi, ehm... al posto di Pronzato farebbero volentieri Tirreno Bianchi».
Carbone: «Ma metti lui!».
Novi: «È molto vicino al ministro, no? Ecco, non c'è incompatibilità, no?».
Carbone: «Poi semmai lo dirà lui».

Il ministro di cui si parla, solo omonimo del consigliere regionale, è come detto Alessandro Bianchi, responsabile del dicastero dei Trasporti del governo Prodi. E Tirreno Bianchi non nega l'amicizia di vecchia data: «Abbiamo militato sotto la stessa bandiera, poi lui si è spostato ma la stima rimane intatta».
Poi compare Franco Pronzato, anche lui, come si diceva, legato a Burlando da molti fili. Conferma Pronzato: «È vero, ho lasciato il mio posto di consigliere prima ancora di sapere se sarebbe stato incompatibile o meno. Mi sono dimesso il 15 ottobre e sono stato nominato all'Enac il 19 dicembre».
Così rimane libero un posto in consiglio di amministrazione: quello di Pronzato. E come sembra di intuire dalla conversazione tra Burlando e Novi, Tirreno Bianchi approda senza troppa opposizione nel consiglio di amministrazione dell'aeroporto. Novi parla anche di Simeone. Il riferimento è all'avvocato Giorgio Simeone, che siede in effetti nel cda e, fino all'aprile 2008, non aveva ancora abbandonato il suo incarico.
Niente di illegale, dunque, soltanto la dimostrazione dell'intreccio di legami in cui si muovono il presidente e i soci di Maestrale. Un groviglio in cui il cittadino comune alla fine si perde.
La lista dei nomi che contano tra i soci di Maestrale non finisce qui. C'è anche Savina Scerni, moglie del noto imprenditore Gianni Scerni (terminalista e membro del cda della Carige) e socia della Politeama Spa, società che dal 1994 gestisce uno dei teatri storici della città.[1] C'è poi Mario Giacomazzi, immobiliarista. E qui ritroviamo l'oggetto del nostro discorso: il cemento.


L'immobiliarista e l'esperta di comunicazione

Mario Giacomazzi, in un'intervista realizzata dalla pubblicazione «Economia immobiliare»,[2] dopo essersi vantato del buono stato di salute del gruppo, grazie a due operazioni edilizie non proprio ben viste dalla popolazione (a Genova e a Cavi di Lavagna), tutto soddisfatto racconta la sua attività sottolineando che «l'anima operativa del gruppo, rivolge una particolare attenzione verso le pubbliche amministrazioni, viste le numerose consulenze tecniche svolte a più riprese per Comune di Genova, Provincia di Genova e Regione Liguria».
Insomma, dalle parole dell'imprenditore sembrerebbe di capire questo: Giacomazzi costruisce, e i suoi progetti devono essere approvati dagli enti locali.
Ma Giacomazzi è noto anche perché nel marzo 2008 è stato nominato presidente della sezione immobiliare di Confindustria Genova. E ancora: lo stesso Giacomazzi, a capo di un gruppo florido con 35 dipendenti e 70 milioni di euro di nuova edilizia appaltata, vorrebbe costruire un nuovo stadio a Genova. Perché è stato vicepresidente della Pro Recco di pallanuoto, e sta realizzando il contestato intervento di via Puggia nel quartiere di Albaro (27 appartamenti di lusso e un piano interrato di posti auto nel polmone verde di Villa Gambaro) assieme a un altro sostenitore di Maestrale, l'architetto Vittorio Grattarola, proprio quel Grattarola che da assessore all'Urbanistica condivise con Burlando la disavventura giudiziaria, l'arresto e l'assoluzione. Quel Grattarola che si è ritirato dalla politica attiva e adesso si è lanciato in una carriera singolare: architetto e autore di successo di testi televisivi. Grattarola è una figura che ricorre spesso in queste storie: ne parleremo in un altro capitolo del libro.
Dimentichiamo qualcuno, senz'altro, perché qui dentro nell'associazione Maestrale ci sono tutti, almeno quelli che a Genova contano. Come Giacomo Deferrari, preside della Facoltà di Medicina e candidato in pole position alla carica di rettore. Oltre che, ovviamente, fedelissimo di Burlando. Nel maggio 2008, a due mesi dalle elezioni per la poltrona più importante dell'università, è emerso che la società genovese di comunicazione Chiappe Revello ha ricevuto negli ultimi dieci anni almeno 260mila euro di consulenze proprio dalla Facoltà di Medicina e da alcuni dipartimenti collegati. Rossana Revello, amministratrice della società, e citata in precedenza nella sentenza di assoluzione di Burlando, è anche moglie di Deferrari. «Quando la Chiappe Revello ha vinto la regolare gara per la consulenza, Rossana Revello e io non avevamo alcun legame personale. Non la conoscevo neanche», spiega Deferrari. È vero, però, che anche dopo l'inizio del legame le consulenze - decise direttamente da Deferrari o dai direttori dei singoli dipartimenti - sono continuate. Una questione di opportunità? «Che cosa avrei dovuto fare, rinunciare alle consulenze con i professori di Medicina soltanto perché mio marito era preside?», chiede Revello. E aggiunge: «La Chiappe Revello è una società nota in tutta Italia». Vero, tanto che la signora Deferrari aggiunge: «Noi abbiamo avuto consulenze anche con altri enti pubblici, come il ministero dei Trasporti». Scusi, ma chi era ministro allora? «Burlando, ma erano tutte consulenze gratuite», giura Revello. Come gratuite furono le consulenze al Pci per le amministrative del 1990. Carlo Barile, il giudice che assolve Burlando per il caso del sottopasso di Caricamento ricordato in precedenza, scrive: «La Revello spiegava che aveva offerto la sua attività gratuita a Burlando che conosceva da tempo come una sorta di autopromozione al fine di fare conoscere la sua agenzia nel mondo politico». L'anno dopo Burlando segnalava all'allora sindaco Romano Merlo l'agenzia Chiappe Revello per un incarico questa volta retribuito.


Medici, direttori sanitari e una foto di troppo

Se ancora non bastasse, si possono leggere i nomi dei componenti delle varie commissioni di Maestrale. Una per tutte, quella dedicata alla «Sanità». In poche righe troviamo una concentrazione impressionante di medici e dirigenti sanitari che Burlando e la sua giunta hanno promosso al ruolo di primario e di dirigente sanitario. Alcuni sono passati grazie a una norma, l'articolo 15-septies della legge del 1999, che consentiva la nomina di medici senza concorso.
C'è per esempio Valter Ferrando, nominato responsabile della «struttura semplice» di chirurgia oncologica. Una nomina che in città ha destato più di una polemica. A cominciare dalle accuse del professor Edoardo Berti Riboli che, durante la relazione al convegno della Società Ligure di Chirurgia, sferrò un attacco davanti a centinaia di medici che tacevano e si davano di gomito: «Ci sono chirurghi che non hanno mai davvero esercitato, ma vengono promossi grazie alla loro lunga e fedele militanza politica». Un riferimento a Ferrando, sostengono i colleghi maligni, che avrebbe esercitato essenzialmente come odontoiatra e che, oltre a essere membro di Maestrale, si è presentato alla primarie per l'assemblea nazionale del Partito democratico nella lista «Democratici con Veltroni». Che ha posato anche per il manifesto elettorale di Luigi Cola, ex sindaco diessino di Cogoleto e membro, manco a dirlo, dell'associazione politica Maestrale (commissione «Tra universalismo e federalismo»).
Lui, Valter Ferrando, cita il record di centoventi resezioni colonrettali l'anno e assicura: «Sono stato promosso con concorso. A nominarmi è stato il centrodestra. È vero, ho partecipato alle primarie del Pd, perché ci credo. Ma è mio diritto di cittadino e poi non ho mai avuto incarichi pubblici. E per quanto riguarda il mio lavoro vi invito ad andare a vedere le statistiche degli interventi che ho compiuto». E il passato da dentista? «È una delle mie specialità. Mi ha aiutato a mantenermi mentre perfezionavo i miei studi, perché io non sono ricco di famiglia.»
Del resto sarebbe soltanto uno dei tanti casi discussi. Facciamo qualche esempio. Grazie al famigerato articolo 15-septies, la Regione Liguria ha nominato 38 capidipartimento in due anni. Tra questi risulta tra l'altro Ermanno Pasero, nominato alla guida del neonato dipartimento responsabile dell'informatizzazione del megaospedale genovese di San Martino. Be', un ottimo medico senz'altro, anche lui iscritto al Maestrale.
Si potrebbe andare avanti a lungo. Magari passando per Marco Comaschi, nominato, senza concorso, direttore dell'Unità operativa di medicina generale e membro della commissione Sanità di Maestrale.
C'è poi il capitolo dei direttori generali e sanitari. Gli uomini, insomma, che prendono le decisioni che contano. Che governano gli ospedali e la sanità delle regioni. Ecco allora Giovanni Orengo, marito dell'onorevole Roberta Pinotti (ministro della Difesa nel governo ombra del Partito democratico), membro della commissione Sanità nella «bicamerale» di Maestrale e promosso non senza polemiche a direttore sanitario dell'azienda ospedaliera di San Martino, una delle più grandi d'Italia. Oppure Mario Fisci, nominato direttore sanitario della Asl 3 genovese, una delle tre più grandi d'Italia. Sulla sua nomina, e sulla sussistenza dei requisiti, la stessa Regione nel 2008 ha sollevato dei dubbi.
Ma il capitolo più singolare è un altro e ruota intorno a un calendario. No, niente di sexy, tutt'altro. Stiamo parlando del calendario elettorale che Claudio Burlando diffuse prima delle regionali del 2005 (da lui vinte contro Sandro Biasotti, candidato del centrodestra). Bene, in quel calendario Burlando compariva ritratto con figure del mondo del lavoro. Ogni mese una categoria diversa. Ed ecco anche i medici e gli infermieri. Una foto elettorale come tante, finita nei cassetti di qualche scrivania delle sezioni dei Ds. Ma due anni dopo le elezioni, durante l'inchiesta giornalistica sulla sanità ligure (da cui è nato poi un caso nazionale) una lettera anonima, una delle tante sempre senza nome che arrivavano a «Il Secolo XIX», consigliò ai cronisti di andare a rispolverare quel calendario. A gennaio Burlando posa con sindaci e presidenti delle province. A febbraio tocca agli operai, poi ai camalli. Quindi ci sono floricoltori, membri di bocciofile, raccoglitori di olive, consumatori, commercianti... ed ecco la sorpresa: Burlando compare attorniato da medici e infermieri dell'ospedale San Paolo di Savona, tutti suoi sostenitori. Bene, dopo una piccola ricerca è emerso che nei due anni successivi alla fotografia scattata per il calendario almeno sei di quei medici sono stati promossi. Uno è diventato capodipartimento, altri due primari e altri due sono stati posti a capo di strutture semplici. Certo, alcuni sono medici preparati e c'è anche chi, in quella foto, ci è finito quasi per caso (e ora non sa come scrollarsi di dosso il marchio di raccomandato), ma resta la coincidenza.
E restano poi alcuni retroscena singolari, a cominciare da una gara «monoconcorrente». La polemica scoppia quando il dottor Lionello Parodi (sindaco di Albisola Superiore, membro dell'associazione culturale Maestrale di Claudio Burlando e «modello» del calendario) viene nominato direttore dell'Unità operativa di medicina interna. Il documento 351 del 27 aprile 2006, cioè il «conferimento d'incarico» non placa le acque. Qualcuno fa notare che la commissione è composta da tre persone: il direttore sanitario (nominato dal direttore generale a sua volta nominato dalla Regione), un componente designato dal collegio di direzione e uno scelto dal direttore generale (a sua volta, ripetiamo, nominato dalla Regione). Compito della commissione è individuare una terna di nomi, tra i quali poi il direttore generale (Franco Bonanni, appunto, nominato nel 2005 dalla giunta regionale presieduta da Burlando) sceglierà il vincitore. Ma la scelta non è difficile: negli atti si legge infatti che il 31 marzo 2006 i membri della commissione chiamati a indicare i nomi idonei fanno l'appello tra i candidati: il primo è assente, il secondo anche. Alla fine si presenta e rimane in gara soltanto Lionello Parodi. In pratica un concorso che vede Parodi in lizza contro se stesso. E infatti vince. «Preso atto che il dottor Lionello Parodi è risultato idoneo al conferimento dell'incarico di cui trattasi - scrive il direttore generale Franco Bonanni - delibera di conferire al dottor Lionello Parodi l'incarico quinquennale di direttore dell'Unità Operativa di Medicina Interna.»
Ma non è il solo caso. Accanto a Parodi nella fotografia dell'agosto 2005 compare il dottor Vincenzo Ingravalieri. Ottimo professionista, stimato da tutti a Savona. Il punto in discussione, però, non è questo: un anno dopo lo scatto della foto, Ingravalieri ottiene la guida di un reparto che prima nemmeno esisteva. La delibera 561 del 29 giugno 2006 del direttore generale della Asl 2 Liguria riporta: «Preso atto dell'elenco dei candidati idonei al conferimento dell'incarico quinquennale che risulta essere composta da Ingravalieri Vincenzo e Marabotto Massimo [anche lui fotografato nel calendario di Burlando, occupa però sempre la stessa posizione, Nda], rilevato che il dottor Ingravalieri presenta i necessari requisiti professionali e di capacità organizzativa [...] delibera di conferire al dottor Ingravalieri l'incarico quinquennale di direttore dell'Unità Operativa di Day Surgery». Il provvedimento è firmato dal direttore generale, sempre nominato dalla Regione. La commissione è composta dal direttore sanitario (di nomina regionale), dal componente del collegio di direzione e dal componente individuato dal direttore generale. Insomma, non si va molto lontano. Ora non si vuole assolutamente dire che ci siano state irregolarità. Non è una questione penale, semmai politica e di opportunità. Del resto anche Ingravalieri è medico stimato in città.
Ci sarebbe poi da dire di Marco Bertolotto, che appare nella foto di gennaio come presidente della Provincia di Savona (Margherita). Anche lui è medico ed è stato nominato primario mentre era in carica e mentre governava la giunta Burlando.
La storia di queste tre nomine è rimasta nel silenzio per anni, ma una volta esplosa, è finita sulla bocca di tutti. Suscitando commenti di ogni genere. E la difesa degli interessati: «Chiedete ai miei pazienti - assicura Ingravalieri - sono tutti soddisfatti del trattamento che riserviamo loro. Li seguo sempre. Ho dedicato la mia vita a questo lavoro. Io avevo diritto a quel posto, anzi, ne ho rifiutato altri anche in ospedali più grandi pur di restare a Savona, al San Paolo». Va bene, ma la sua militanza politica, quelle foto? «Io sono stato consigliere comunale dei Ds, è vero. Ma ormai quello appartiene al passato. Ora penso soltanto alla mia professione di medico.»[3]
Maestrale si definisce associazione politico-culturale, ma è difficile negare che sia anche un centro di potere tipicamente genovese. Anzi, italiano. Chi passa di qui ha una possibilità su dieci di ottenere una nomina dalla Regione. O magari da altri enti locali. O nazionali.
Maestrale esiste dal 2003, ed è strano che a nessuno sia mai venuta la curiosità di fare qualche controllo. Di porre la questione e chiedere spiegazioni (che senz'altro ci sono, per carità). Ci voleva così poco: un pomeriggio speso a smanettare su internet, una mattina alla Camera di Commercio per fare due visure, una ricerca presso gli archivi dei giornali.
Ma forse le risposte a questo silenzio sono altre. Ormai tutto sembra normale. Certe anomalie sembrano un corollario di qualsiasi forma di potere. Forse ci fanno conto gli stessi «politici» (tutti, non parliamo delle persone di cui ci stiamo occupando) che ormai confidano su una certa rassegnazione. In un disincanto collettivo.


Il crac Festival

Proviamo a scavare ancora un po'. L'accoppiata Burlando-Lazzarini ha fatto ricordare al giornalista Marco Menduni de «Il Secolo XIX» una storia vecchia che conservava nel suo archivio. Stava scrivendo del crac della compagnia crocieristica Festival dell'armatore cipriota Giorgio Poulides, che per Genova fu una specie di Parmalat. Fu un fallimento colossale, forse il più grande della marineria italiana, per quanto oggi sia finito nel dimenticatoio con centinaia di persone che ancora attendono i loro soldi.
«Non sono io, si tratta di un evidente caso di omonimia». Così Claudio Burlando liquidò la questione del fallimento di Festival Crociere. Era il 12 maggio 2005. Tra le carte dell'inchiesta su Giorgio Poulides e sul crac del suo gruppo spuntarono i documenti relativi alle «folli» spese di rappresentanza sostenute dalla Festival. Il 30 settembre 2003 ecco annotate tre voci che subito attirano l'attenzione degli inquirenti: «Appartamento per Burlando C., 495 euro, appartamento per Lazzari F. 370 euro, appartamento per Bisio Marisa, 370 euro». Subito «Il Secolo XIX», attirato da quel cognome e da quel nome puntato, interpellò Burlando per sapere se fosse il destinatario di quella somma pagata dall'armatore poi fallito. Il presidente della Regione (eletto appena un mese prima) negò risolutamente di essere quel «Burlando C.» e di aver mai ricevuto un solo euro da Poulides. «Un'omonimia», ribadì. Era una coincidenza anche che nella riga successiva ci fosse un nome, «Lazzari F.», che tanto ricordava quel Lazzarini Franco, amico fraterno del presidente della Regione. È stato proprio questo episodio a riaccendere in Menduni la curiosità su quel foglio dimenticato in fondo agli armadi. Il terzo nome di quella breve lista era infatti quello di una persona sconosciuta all'opinione pubblica: «Bisio Marisa». E il fatto che nell'elenco fosse compreso anche quel nome aveva accreditato l'ipotesi di un'omonimia. Dopo lunghe ricerche ecco allora riemergere una circostanza che potrebbe riaprire il caso e richiedere ulteriori chiarimenti sia da parte di Claudio Burlando sia di Franco Lazzarini. Ecco, il terzo nome compreso nella lista di Poulides è uguale a quello della madre di Lazzarini che si chiama, appunto, Marisa Bisio. Dicono i dati dell'anagrafe che nel 1948 Marisa Bisio sposò Manlio Lazzarini e che il 9 febbraio 1950 nacque il figlio Franco. Ma anche senza andare agli atti ufficiali, sarebbe bastato chiedere agli amici e agli stessi parenti del numero uno di Ital Brokers: «Marisa è la mamma di Franco?». Insomma, che si tratti davvero di un caso di tripla omonimia?
La circostanza è ancora più strana perché in tutto l'elenco delle spese di Poulides i tre sono gli unici citati con cognome e nome (anche se in due casi puntato) come percettori di una pur piccola «spesa di rappresentanza» a carico di Festival, mentre tutte le altre uscite riportano voci generiche oltre a un «pag. flight» (forse il pagamento di volo?) di 4.094,32 euro a favore di «Mr. e Mrs. Billé» (a questo proposito nessun elemento, anche se un'omonimia, per quanto certo non frequente, rimanda alla famiglia dell'allora potentissimo presidente della Confcommercio).
Ma per chiarire il più possibile la situazione, «Il Secolo XIX» ha chiamato tutti i «Burlando C.» presenti sugli elenchi telefonici italiani. Sono sedici persone: casalinghe, pensionati, avvocati, commercialisti, geometri. Tutte hanno risposto di non aver avuto mai alcun rapporto con il signor Giorgio Poulides. «Non so neanche chi sia», ha risposto la grande maggioranza degli interpellati. Ancora: «Abbiamo fatto una crociera su una nave Festival, ma non conosciamo nessun armatore. Purtroppo », hanno dichiarato altri. «È un armatore greco, mi pare», ha spiegato un ex comandante di nave che, però, ha aggiunto: «Non ho mai avuto alcun rapporto personale né professionale con lui».
Certo, potrebbero esistere altri «Burlando C.» non compresi nell'elenco telefonico. Ma non c'è dubbio che il Claudio Burlando oggi presidente della Regione conoscesse l'armatore cipriota. Non è mistero infatti che Poulides sia entrato direttamente in campo nel G8 del luglio 2001 a Genova. Al G8 Poulides risolve tutti i problemi relativi all'ospitalità dei «grandi della terra». Almeno, di sette su otto. Con l'eccezione di George W. Bush, che sta su una nave a parte, gli altri, da Blair a Putin, da Chirac a Schröder, da Chrétien a Koizumi, da Berlusconi a Prodi, sono a bordo della European Vision, considerata la nave più lussuosa del mondo, una fortezza supertecnologica. Il momento di gloria di Poulides, che finisce agli onori del mondo per la sua straordinaria ospitalità, viene però offuscato dal crollo del suo gruppo imprenditoriale. Nemmeno tre anni dopo, il 23 maggio 2004, Festival porta i libri in tribunale, dopo un'azione legale del gruppo francese Alstom. È un crac devastante, per molti versi ancora non interamente spiegato.
Di chiaro c'è soltanto che è definitivamente chiusa la partita delle responsabilità degli amministratori, con il pagamento di cinque milioni di euro alle casse del curatore. Uno dei nomi più noti nel cda di Festival, di area diessina, era quello di Roberto De Santis. Soprannominato anche in passato «il banchiere di D'Alema», De Santis è noto perché attraverso un complesso intreccio societario che passava per la banca londinese London Court era tra le figure chiave della società Formula Bingo.
Il suo nome inizia a comparire sui media dal 1997, quando Massimo D'Alema e alcuni soci acquistano la Ikarus, una barca costruita nel 1982 dai cantieri Baltic Yacht: 31 tonnellate, 15 metri di lunghezza. L'imbarcazione era intestata a due conoscenti del leader diessino: uno di loro era De Santis.
Tra le sue molte esperienze, De Santis annovera anche quella di membro del consiglio di amministrazione proprio della Festival. Intervistato da «Il Secolo XIX» ai tempi del crac, De Santis aveva escluso ogni intervento della politica per la sua partecipazione al consiglio di amministrazione di Festival. Aveva spiegato: «Sono sempre stato molto esterno alla società. Non avevo deleghe. Avrò partecipato al massimo a tre o quattro consigli di amministrazione». Un ruolo defilato che, però, consentì a De Santis di guadagnare 143mila euro in due anni.


Le trasversalità della Ital Brokers e Lazzarini

Altre informazioni si ricavano dal libro Capitalismo di rapina,[4] scritto da alcuni dei migliori giornalisti di inchiesta italiani: Paolo Biondani, Mario Gerevini e Vittorio Malagutti. Un volume che per la prima volta sembra individuare il ruolo di «un uomo di area diessina» nella scalata Telecom. Un finanziere, Lazzarini appunto, che è stato socio del raider bresciano Emilio «Chicco» Gnutti (quello coinvolto nelle indagini sui «furbetti del quartierino») e che dalla privatizzazione gestita dal governo D'Alema avrebbe ricavato lauti incassi. A questo proposito, è bene dirlo subito, Lazzarini ha inviato un'immediata smentita, ma il suo nome effettivamente risulta al numero 43 dell'elenco soci di Holinvest, la finanziaria di Gnutti. Il libro descrive Lazzarini e l'ambiente politico dei Ds genovesi come possibile snodo di rapporti economici e politici tra uomini vicini a Massimo D'Alema. Ma sentiamo che cosa ci dicono Biondani, Gerevini e Malagutti: «Nel novembre 2001, concluso l'affare Telecom con profitti memorabili, nella cerchia dei fortunati scalatori va in scena un nuovo copione. Molti bresciani reinvestono i guadagni proprio nella Holinvest di Gnutti, sottoscrivendo un aumento di capitale. E così quest'ultima società diventa una specie di clone della Hopa con cui condivide decine di azionisti», esordisce il libro. Che poi punta dritto verso la Liguria.[5]
La grande scalata a Telecom è stata più volte oggetto dell'attenzione dei pm milanesi. Ma poi non si è arrivati a nulla di concreto. Sono passati troppi anni. Tutto sarebbe comunque destinato alla prescrizione.[6] Ma non fermiamoci qui. Proviamo allora a collegarci al sito della Ital Brokers, per cercare di capire chi sia esattamente questo Franco Lazzarini di cui Burlando è tanto amico.
Eccole allora le persone che siedono sul ponte di comando della più importante società italiana di brokeraggio: Fernanda Contri, presidente onorario, Franco Lazzarini, presidente esecutivo, Giancarlo Gardella, vicepresidente esecutivo, Andrea Vallini, vicepresidente e amministratore delegato, Giancarlo Morotti, amministratore delegato, Fabrizio Moro, consigliere delegato, Filippo Binasco, consigliere delegato, Sandro Balliano, consigliere, Giuseppe Marzo, consigliere, Raffaele Bozzano, consigliere. Proviamo adesso a capire chi sono i compagni di avventura di Lazzarini.
Partiamo da Fernanda Contri. È un avvocato. È stata la prima donna giudice della Corte costituzionale. Contri ha sempre militato nell'area socialista anche all'epoca del terremoto di Tangentopoli. «Non sono mai stata craxiana», precisa lei. Di sicuro era vicina a Giuliano Amato, che infatti la volle nella sua compagine di governo.
Ora, il fatto che Ital Brokers sia stata scelta come broker dei Vigili del Fuoco mentre Amato è ministro dell'Interno (settembre 2007) non è certo un illecito penale: la società ha sicuramente una provata esperienza.
Qualcuno sui siti internet cittadini recentemente ha fatto notare che proprio Fernanda Contri, presidente onorario di Ital Brokers che tra i soci annovera tante persone con interessi in porto, sia stata chiamata a far parte di una «squadra di garanzia e supporto tecnico» del nuovo presidente dell'Autorità portuale, Luigi Merlo (ex assessore ai Trasporti della giunta Burlando, quarantadue anni, e capacità che nessuno mette in discussione). «È stata varata un'operazione trasparenza», hanno sancito giornali e televisioni. «Sono state scelte persone al di sopra di ogni sospetto dopo la bufera giudiziaria che ha sconvolto il porto.» Certo, Contri ha un curriculum di tutto rispetto, ma resta il fatto di quel doppio incarico. «Contri mi ha fatto presente questo problema», spiega Merlo, «ma io mi fido di lei e sono sicuro che non ci saranno interferenze.»
Ma passiamo oltre anche perché nessuno, nella stessa opposizione, sembra sollevare la benché minima questione su questa vicenda come pure sul fatto che Ital Brokers abbia svolto consulenza assicurativa per il Comune di Genova. Chissà, viene forse da pensare, un certo occhio di simpatia per questa società potrebbe venire dal fatto che nel cda c'è anche Fabrizio Moro. Eh sì, il consigliere delegato di Ital Brokers sembra proprio essere l'ex consigliere regionale di Forza Italia, oggi figura chiave del partito di Silvio Berlusconi in Liguria. Insomma, Ital Brokers sembra una società molto trasversale. Lo dimostra il fatto che tra i consiglieri compaia anche Filippo Binasco, figlio di quel Bruno Binasco, amministratore delegato delle società del gruppo Gavio. E qui ci è presa una curiosità e siamo andati alla Camera di Commercio a chiedere il libro soci della Ital Brokers. Così abbiamo scoperto che alle spalle di Lazzarini siedono alcuni dei giocatori più importanti del tavolo politico-economico ligure. E non solo. Nomi che ricorreranno ancora nella nostra storia.[7]


Marcellino da Tortona. L'impero di Gavio

Il quadro si definisce piano piano. Cominciamo proprio da Gavio (e dal suo inseparabile braccio destro, Bruno Binasco, appunto). Alla notizia del suo ingresso in Ital Brokers il mondo imprenditoriale della città si spella le mani dagli applausi: «Un nome pesante che decide di sbarcare a Genova, finalmente», dice qualcuno.
Ma il curriculum di Gavio, proprietario di seimila chilometri di rete autostradale nazionale, ma anche di imprese di costruzioni e società che spaziano dal petrolio ai container, dall'allevamento all'agricoltura, dalla finanza alla logistica, non è per tutti così lusinghiero. Marco Travaglio in un suo vecchio articolo [8] ricostruisce in dettaglio la sua ascesa, dall'impresa per l'estrazione della ghiaia a Serravalle Scrivia, nei pressi di Tortona, al salotto di Mediobanca:

Ad affacciarsi fuori della Valle Scrivia lo aiuta Pierluigi Romita, il ministro socialdemocratico che viene dalle sue parti. E poi un altro big del sole che nasce e dell'asfalto che cresce, il mitico Franco Nicolazzi. Nel 1982 Gavio sbarca a Genova e si mette in affari con l'armatore Cameli e l'industriale siderurgico Begis. Poi passa a Torino, grazie ai suoi amici Carlo Patrucco e Guido Accornero. A Milano si allea con la Techint di Gianfelice Rocca e Paolo Scaroni e col gruppo Acqua dei fratelli Pisante (tutti poi coinvolti in Tangentopoli). Nel 1987 si allarga alla Dc e al Psi e diventa socio di Salvatore Ligresti nella Torino-Milano. Lì conosce Vito Bonsignore, potente sottosegretario dc con grossi interessi autostradali, che gli presenta Andreotti. Il turboministro dei Lavori Pubblici Gianni Prandini, per gli amici «Prendini», lo lancia nella giungla d'asfalto dei primi anni '90 per le Colombiane e dintorni. Appalti da quasi mille miliardi di lire, in condominio con Ligresti e l'altro re del mattone, Mario Lodigiani. Soprattutto per la Milano-Serravalle.
Lo stop, solo provvisorio, arriva con Mani Pulite. Ma finisce senza troppi danni, anche perché a fare da parafulmine c'è l'inseparabile amministratore delegato Bruno Binasco, il quale svolge per Gavio le funzioni che alla Fininvest sono coperte da Paolo Berlusconi: andare in galera per conto terzi. Nel solo 1992 Binasco entra ed esce dal carcere sei volte. [...] Riesce a farsi beccare anche per una mazzetta rossa insieme a Primo Greganti, il pony express del Pci-Pds. La Cassazione che li condanna per un finanziamento illecito tramite una tortuosa operazione immobiliare a Roma, spiega la «convenienza che il Binasco aveva in un buon rapporto col Pds». E ricorda le parole di Gavio ai pm: bisognava tenersi buona la Quercia «in previsione del fatto che in quel momento venivano stanziati i finanziamenti per le opere pubbliche che il partito era impegnato a sostenere».

Nel frattempo, Gavio ha ripreso a scalare. [...] Ultimamente ha rilevato pure l'Impregilo dalla famiglia Romiti, per tornare al primo amore delle costruzioni grazie al piano berlusconiano Grandi Opere. E ha subito vinto il mega-appalto per il Ponte sullo Stretto. Montagne di plusvalenze sfuggite quasi del tutto, e legalmente, al fisco, con abili passaggi di azioni da una società gaviesca all'altra, grazie alla legge-omaggio del governo Berlusconi sulle «partecipation exemption».

L'unica scalata mancata, per il no del sindaco forzista Gabriele Albertini, è quella della Milano-Serravalle. Ma il presidente della Provincia, il ds Filippo Penati, preceduto da una serie di telefonate di Pierluigi Bersani, gli ha garantito una ricca buonuscita, strapagandogli le azioni. Una plusvalenza di 175 milioni, di poco successiva all'ingresso di Marcellino nelle scalate di Fiorani all'Antonveneta e di Consorte & furbetti al seguito alla Bnl. Perché Gavio è fatto così: trasversale. Nel 2001 finanziò Forza Italia. È amico di Bruno Tabacci (il più antiberlusconiano dell'Udc) e del banchiere margherito Fabrizio Palenzona (vicepresidente di Unicredit e consigliere di Mediobanca), ma non dimentica mai di coprirsi a sinistra. Qui, oltre a Bersani, vanta ottimi rapporti con l'ex sottosegretario dalemiano Antonio Bargone. Calce e martello.

Ma ce n'è anche per Bruno Binasco, parente di Filippo, consigliere di Ital Brokers. Ne scrive sul «Corriere della Sera»9 il giornalista Sergio Rizzo, sì, quello de La Casta:

Bruno Binasco e Marcellino Gavio hanno passato insieme una bella fetta di vita. E non una fetta qualsiasi. [...] Tortonese come Gavio, [Binasco] è nato il 6 agosto del 1944, esattamente un anno prima che il bombardiere americano Enola Gay sganciasse l'atomica su Hiroshima. Nell'agosto del 1992, pochi giorni dopo aver compiuto 48 anni, anche lui veniva colpito da una bomba: quella dell'inchiesta Mani pulite [...] Come si conveniva al manager di un'impresa che viveva di appalti pubblici, Binasco aveva rapporti con tutti i partiti. Anche con la sinistra e il mondo delle cooperative. E ciò lo rendeva perfetto nel ruolo di parafulmine. Da allora, per quasi tre lustri, il suo rapporto con le aule giudiziarie è andato avanti praticamente senza soluzione di continuità. I lunghi processi per le vecchie vicende di quegli anni, ma anche inchieste poi finite nel nulla, come l'ultima, proprio sulla Milano-Serravalle, nella quale oltre a Binasco e Gavio era indagata anche l'ex presidente della Provincia di Milano Ombretta Colli. Tutto però senza lasciare alcuna traccia. L'inossidabile Binasco è anzi sempre più potente. Amministratore delegato della Argo finanziaria, cassaforte del gruppo, colleziona 20 incarichi in società e consorzi. Addirittura più di quanti ne abbia un altro potentissimo tortonese. È Fabrizio Palenzona, presidente dell'Aiscat (l'associazione delle concessionarie autostradali di cui fa parte anche il gruppo Gavio), consigliere di Unicredit e di Mediobanca, esponente della Margherita ed ex presidente della Provincia di Alessandria. Non a caso, pure socio di Gavio nel consorzio di autotrasportatori Unitra. E colonna del sistema di relazioni politiche che ruotano intorno alla coppia Gavio-Binasco. Quanto mai trasversali, come dimostrano i contatti con l'ex ministro dell'Industria e dei Trasporti, il diessino Pierluigi Bersani. Dal centrosinistra si passa a Forza Italia, dove alla Camera il deputato di Alessandria Francesco Stradella, costruttore, non cessa di perorare la causa delle concessionarie autostradali. Campo nel quale, al Senato, è forse ancora più attivo il presidente della Commissione Lavori pubblici Luigi Grillo, che però è anche molto amico dell'europarlamentare dell'Udc Vito Bonsignore, diventato ormai anch'egli uno dei principali concessionari di autostrade in Italia. Quindi anche concorrente del gruppo Gavio. Ma come poi non ricordare il viceministro delle Infrastrutture Ugo Martinat, esponente piemontese di An nonché grande sponsor dell'autostrada Asti-Cuneo? E in Parlamento c'è persino chi, prima di essere eletto, nel 2001, è stato presidente della società del gruppo Gavio, Autocamionale della Cisa, della quale Binasco è consigliere: Bruno Tabacci, deputato dell'Udc e presidente della commissione Attività produttive della Camera.

Ce n'è per tutti. Gavio è uno che non fa preferenze, destra o sinistra, pari sono. E i partiti ricambiano. A questo punto è facile perdersi. Ma si comincia a intravedere un filo rosso che incrocia questa galassia di potere con la nostra storia. Basta digitare i nomi dei protagonisti su Google. Sempre gli stessi personaggi: si scambiano, si perdono e si ritrovano. Eccoli nelle società e nelle banche che sono protagoniste della nostra storia. Eccoli collegati in qualche modo tra loro e alla fine con alcuni dei progetti di cui ci stiamo occupando.
Prendiamo le società che partecipano a Ital Brokers. Oppure i nomi dei consiglieri di amministrazione. Partiamo da una parte o dall'altra, ma alla fine ci ritroveremo.


Il ruolo della Carige

Vediamo. Allora, dicevamo che tra i soci di Lazzarini c'è anche la Carige, che detiene il 10 per cento delle azioni (la stessa Carige di cui Gavio è arrivato a detenere il 2 per cento). Niente di straordinario, si potrebbe dire, perché la Cassa di Risparmio di Genova e Imperia è la banca della Liguria e non si muove foglia senza che lei non voglia. Succede qui, e succede anche altrove. Ma se appena vai un po' sotto la superficie delle cose, ecco che noti altri particolari. Altrettanto attivo - ma sempre in veste di «corollario» - il ruolo di Banca Carige nella partita Bnl, di cui l'istituto genovese ha rilevato l'1,99 per cento. Proprio questa quota, il 18 luglio 2005, è stata portata in dote al patto di sindacato promosso dalla Unipol che in quella data disponeva già del 14,92 per cento di Bnl. Il 18 luglio, inoltre, Carige ha sottoscritto un contratto «put» con Unipol: il contratto dava la facoltà alla banca genovese di vendere le azioni all'assicurazione bolognese. Anche questo contratto (insieme a tutti gli altri «put» siglati quel giorno) è stato messo sotto il «faro» della Consob.
Gli intrecci con le scalate estive non si limitano alle banche. Carige ha avuto (e in certi casi ha ancora) un rapporto finanziario con gli ormai celebri immobiliaristi. Con Stefano Ricucci, per esempio. Nell'estate del 2005, quando veniva allo scoperto il «contropatto» di Bnl guidato da Francesco Gaetano Caltagirone, Ricucci trovò un appoggio in Banca Carige, che gli erogò un finanziamento da 150 milioni di euro. In cambio di quali garanzie? Azioni Bnl.
Ecco, qui ci torna in mente un altro incrocio. E di nuovo il cerchio degli affari immobiliari si interseca con altri: quello della costellazione delle società vicine alla sinistra e quello dei furbetti del quartierino. Non serve una banca dati sterminata per scoprirlo, basta, ancora una volta, internet. E davvero bisogna ringraziare il cielo che esista, perché, in un Paese così poco trasparente, la rete ci permette di informarci, di capire, di farci un'idea senza filtri. Bene, partiamo allora da Unipol e dallo scandalo Bnl. Cerchiamo su Google l'elenco dei pattisti che avevano siglato l'ormai famoso patto parasociale con l'Unipol di Giovanni Consorte. C'è Nomura (di cui ha parlato Claudio Gatti, il giornalista de «Il Sole 24 Ore», a proposito dei bond della Regione Liguria), la Coop Liguria (1 per cento del capitale Bnl), c'è Carige, appunto, ma ecco, sconosciuta ai più, anche la «Talea società di gestione immobiliare Spa, con sede in Savona» il cui consiglio di amministrazione è presieduto dal noto avvocato Alessandro Ghibellini. Ma sì, proprio lui, la palombella rossa ligure, uomo da sempre vicino alla sinistra, legale di Cgil e consulente del Comune di Genova ma soprattutto noto per essere stato un campione mondiale di pallanuoto. Ghibellini da gennaio è anche uno dei nuovi 31 indagati per la scalata occulta alla Bnl capeggiata da Unipol. È in buona compagnia, visto che c'è anche il numero uno della finanza ligure: Giovanni Berneschi, presidente di Carige.


Sorella Natura

Insomma, scava scava si scoprono sempre nuovi punti di contatto. Casuali, forse, perché facendo affari è naturale che si entri in contatto. Ma andiamo avanti, concludiamo questo viaggio, scorriamo fino in fondo i nomi che compaiono facendo una visura della Ital Brokers. Raffaele Bozzano, consigliere della società di Lazzarini, è stato membro del cda della Fondazione Carige e di Festival Crociere. Ma non solo: Bozzano è anche membro della fondazione Sorella Natura. E qui bisogna aprire un'altra parentesi, prima di tornare alla nostra questione: al cemento e ai nomi che ruotano intorno alle speculazioni edilizie liguri.
Che cos'è veramente Sorella Natura? La fondazione si definisce così: «Fondata, come associazione, nel 1992 in Assisi, con lo scopo di diffondere una corretta cultura ambientale,nel nome di S. Francesco d'Assisi e nella prospettiva dello sviluppo sostenibile».
Tutto chiaro? Non proprio. La fondazione è sempre stata al centro di critiche provenienti da una parte del mondo dell'associazionismo duro e puro, che imputano a Sorella Natura i troppi legami con il mondo finanziario e in particolare con le banche. La Rete Lilliput nel 2003 lanciava sul suo sito un attacco senza troppi giri di parole:

Le principali banche italiane hanno presentato il progetto «Sorella Natura», una iniziativa che definiscono di finanza etica. Quasi tutte le principali banche italiane inizieranno ad offrire prodotti con un marchio, Eticamente, che consentirà ai risparmiatori di fare delle offerte a favore della fondazione Sorella Natura (costituita dalle stesse banche) per finanziare progetti socialmente utili. In sintesi: le banche continueranno ad utilizzare come meglio credono i soldi dei risparmiatori (ad esempio finanziando l'esportazione di armi, come fanno la maggior parte delle banche che danno vita a questo progetto, oppure opere di devastazione ambientale...), ma permetteranno ai risparmiatori (bontà loro), pagando di più i libretti degli assegni, rinunciando a parte dei loro interessi, pagando commissioni più alte... di finanziare qualcosa di buono. In pratica l'esatto opposto della finanza etica. Chi vuole fare donazioni per progetti vari (e magari decidendoli da solo, non facendoli decidere alle banche) può farlo già ora. Finanza etica significa investire diversamente il denaro, cosa che non compare minimamente in questo progetto.

Ma Lilliput non è la sola a sostenere che, in ultima analisi, la fondazione di cui fa parte il potente cardinale Giovanni Battista Re sia anche, se non soprattutto, un centro di potere. Il dubbio sarebbe avvalorato leggendo i nomi dei soci, a cominciare da una sfilza di parlamentari, soprattutto del centrodestra, come Sandro Bondi, Gianni Alemanno - neosindaco di Roma - e Angelo Sanza. Tra i soci benemeriti spiccano direttori di giornali come Ferruccio de Bortoli o Paolo Mieli, ma anche il leader del Pd Walter Veltroni e l'ex numero uno di Legambiente Ermete Realacci. Personaggi di tutti gli orientamenti, spesso, probabilmente richiamati dallo scopo di tutelare la natura o da nomi di assoluto valore come il missionario Piero Gheddo, presidente del Pime. No, qui non si vuole gettare fango su tutto. Ma bisogna pur capire quale fosse il ruolo di Antonio Fazio (tuttora citato tra i soci benemeriti) e di Gianpiero Fiorani («provvidenzialmente» cancellato dalla lista). Bisogna chiedersi se qualcuno dei soci non vedesse in questa fondazione un'occasione per crearsi una rete di contatti importante. Anche a Genova, magari, dove nell'ottobre del 2005 ecco cosa scriveva su «la Repubblica» Massimo Calandri:

A due mesi dalla sua costituzione, sta per sbarcare a Genova la Confimmobiliare di Stefano Ricucci e Sergio Billé. La nuova associazione, che opera nel settore dei servizi e nella gestione dei patrimoni immobiliari, potrebbe essere ufficialmente presentata nel capoluogo ligure alla fine del mese prossimo. A farle da sponda sono due importanti partner genovesi: Carige, tra i soci fondatori insieme ad altri quattro istituti di credito, e la Fondazione Sorella Natura [...] che nel capoluogo ligure ha sede presso il Sorriso Francescano, e ha tra i componenti del consiglio di amministrazione Cesare Castelbarco Albani (già presidente, con il centro destra, della Filse, la finanziaria della Regione), Marco Desiderato (anche lui ex presidente della Filse, ora della Millennium Sim), Ugo Salerno (amministratore delegato del Rina, ente socio di Sorella Natura così come la Banca Popolare Italiana).

Ci siamo allontanati troppo dalla nostra questione? Non crediamo. Non intendiamo assolutamente affermare che Burlando o Lazzarini, da cui siamo partiti, siano in qualche modo legati a Fiorani, né che abbiano commesso dei reati. Peraltro, non spetta certo a noi stabilirlo. Quello che emerge è che tirando un filo si solleva una ragnatela inestricabile, una rete di interessi e di potere che tocca tutti i partiti politici e che, anzi, alla fine è del tutto indifferente a ogni tipo di appartenenza o di ispirazione ideale. Un intreccio in cui c'è chi punta sulla finanza e chi sul mattone. Spesso sono gli stessi personaggi a giocare di rettamente o indirettamente su più tavoli. Ma per capire che cosa ne sarà della Liguria, come di tutto il nostro Paese, è indispensabile conoscere questo sottobosco. La storia che, passo dopo passo, porta fino alle case che vengono costruite sulle nostre spiagge parte da lontano.


Note

1 Meno noto al grande pubblico il nome di Maurizio Gattiglia, ma i bene informati sanno che è uno dei grandi imprenditori liguri, perché suo padre partendo da una drogheria arrivò a fondare la Sogegross, colosso della distribuzione alimentare (vi dicono niente i marchi Basko, Ekom e Doro Centry?) che conta oltre duemila dipendenti e un fatturato di 522 milioni di euro nel 2005. Maurizio è oggi l'amministratore delegato. Nel 2005 lanciò il progetto «Fresco di più», per promuovere la vendita di pesce fresco. L'iniziativa, come riferiscono le pubblicazioni di categoria, è stata interamente finanziata dalla Regione Liguria ed è stata realizzata insieme con Basko e le associazioni liguri dei pescatori.
2 Cfr. «Economia immobiliare», gennaio-giugno 2006.
3 Lionello Parodi allarga le braccia e spiega: «Sapevo che questa storia sarebbe venuta fuori. Del resto chi ha un ruolo pubblico deve aspettarsi di veder passare la propria vita ai raggi X. Ed è anche giusto». Ma lei aveva davvero i titoli per vincere il concorso? «Sì. Ho cinquantacinque anni, sono un medico esperto, ho titoli e pubblicazioni. Chiedete tra i miei concittadini.» Va bene, ma se non fosse stato sindaco di Albisola e vicino a Burlando? «Penso che la promozione sarebbe potuta arrivare lo stesso. Ne sono convinto.» Marco Bertolotto tenta, invece, una spiegazione più politica: «Insomma... diciamo sempre che gli amministratori devono essere presi dalla società civile... bene, io ho deciso di continuare a fare il medico mentre sono anche presidente della Provincia. Se mi hanno promosso è soltanto per meriti professionali».
4 P. Biondani, M. Gerevini, V. Malagutti, Capitalismo di rapina, Chiarelettere, Milano 2007.
5 Attenzione, però, c'è anche una sorpresa. Una quota di Holinvest dell'1 per cento circa risulta intestata a un personaggio nuovo: Franco Lazzarini, classe 1950. Il signor Lazzarini si occupa di assicurazioni e non è certo un finanziere famoso. Non è nemmeno di Brescia o di Mantova come tutti i soci di Gnutti. È come se fosse un infiltrato. [...] Come arriva Lazzarini fino a Gnutti? Va ricordato che Holinvest non è una società quotata in Borsa. Chi vuole comprarne le azioni deve trattare con un socio disposto a cederle. E nell'ottobre del 2001 l'unico azionista di Holinvest è Gnutti. Oppure, e sembra l'ipotesi più probabile, la teoria del santo in paradiso vale anche per Lazzarini: l'uomo d'affari genovese ha rivenduto un pacchetto Olivetti investendo parte del ricavato in Holinvest, proprio come hanno fatto decine di investitori bresciani, quelli del giro di Hopa. Questa singolare catena di coincidenze autorizza qualche sospetto. Da una parte un noto professionista di area diessina. Dall'altra la finanziaria che servì a remunerare gli amici di Gnutti. E le sorprese non sono finite. Perché tra i soci di Holinvest, confuso tra decine di ricchi imprenditori delle valli bresciane, compare con una minuscola partecipazione (meno dello 0,1 per cento) anche un altro genovese, tale Giancarlo Gardella, classe 1940. Lazzarini lo conosce bene: Gardella è il suo socio di minoranza nel gruppo Ital Brokers. Il gran viavai intorno a Holinvest si esaurisce in poche settimane. Nel dicembre 2001 Hopa ne riprende il controllo totalitario comprando tutte le azioni in mano ai soci minori a due euro l'una. Si chiude il cerchio: gli amici di Gnutti trasformano i loro titoli in denaro contante.
6 Lazzarini, attraverso il suo legale, Stefano Savi, smentisce parlando di «inesattezze e allusioni che danno un'immagine distorta e lesiva della reputazione professionale ». Sostiene che raccontando «di operazioni di Borsa svoltesi a titolo esclusivamente personale, in totale legittimità e trasparenza, con risultati peraltro pesantemente negativi dal punto di vista economico, si insinuano nel lettore sensazioni di collusione con il mondo politico e finanziario senza che tali insinuazioni siano suffragate da fatti e circostanze concreti [gli autori però si erano basati sul libro soci della Hopa, Nda]. Si richiamano - sostiene infine Lazzarini - amicizie personali notorie e da sempre alla luce del sole» in modo «altamente lesivo ed estraneo al diritto di informazione [...] all'unico fine di rappresentare al lettore inesistenti intrecci per screditare persone e società che operano legittimamente».
7 Del resto il quadro emerge chiaramente anche da notizie riportate da «la Repubblica» e «Il Sole 24 Ore» nel 2005:
Marcellino Gavio si rafforza nelle assicurazioni. L'imprenditore di Tortona ha acquistato da una finanziaria svizzera il 9,5 per cento di Ital Brokers, quarto gruppo di brokeraggio assicurativo in Italia. [...] Per Gavio si tratta di un'operazione certamente strategica considerati i numeri di Ital Brokers: la compagnia può infatti contare su 693 milioni di premi intermediati e su 55 milioni di commissioni a livello di gruppo.



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