Lo Stato e la Mafia

Scritto da C.Abbondanza - S.Castiglion

UNA LOTTA CIVILE TRA INDIGNAZIONE E FIDUCIA

«La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per le cose viste. Il coraggio per cambiarle.»
S. Agostino

 

Italia che strano paese, la nostra cosiddetta Repubblica democratica fondata su una delle più belle Costituzioni. Questo nostro Stato, sempre perennemente spaccato, tra chi, Istituzioni e cittadini, incarnano e promuovono le regole costituzionali ed i valori in essa indelebilmente sanciti, e quell'altra parte, con Istituzioni e cittadini che ignorano o disdegnano e violano quel dettato, quei valori, ed abbandonano di fatto o per scelta, l'irrinunciabile linea di demarcazione tra etica, civiltà, diritto ed il loro esatto opposto.
La nostra storia di Repubblica giovane è segnata troppo spesso da questa frattura, dall'opportunismo politico e dalle lobby trasversali e corrotte, sia nella coscienza che nel comportamento. E' recente la sentenza di Ustica in cui la verità è stata ancora negata, come per Piazza Fontana e Bologna, è incombente il pericolo di insabbiamento e negazione di verità e giustizia per la morte di Nicola Calipari. E' fresca, freschissima, la violazione del principio di garanzia democratica portata dalla controriforma dell'ordinamento giudiziario per assoggettare la magistratura al potere politico, questo e qualunque potere ad esso si sostituirà, con la negazione di autonomia ed indipendenza della Magistratura. E' di pochi giorni la violenza alla verità storica e giudiziaria del nostro Paese, con una maggioranza della Commissione Parlamentare Antimafia che vuole negare, cancellare definitivamente la sentenza che riconosce Giulio Andreotti colpevole di associazione mafiosa con Cosa Nostra, accertata sino alla primavera del 1980, in via definitiva. Da inquietudine la proposta di riforma della legge Rognoni-La Torre, scritta per cancellare nel concreto una delle "armi" più efficaci dello Stato contro le Mafie: il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle cosche ed ai boss mafiosi. L'uso antidemocratico delle forze dell'ordine da parte di vertici istituzionali per piegare il diritto alla libera e ferma, ma sempre civile e pacifica, mobilitazione e manifestazione del pensiero e del dissenso da parte di ampi movimenti di persone libere dopo il G8 di Genova torna contro i Valsusini. Per le pagine oscure di Genova incombe l'ombra della prescrizione.
La questione morale, dell'etica nella politica, del rispetto dei ruoli e della separazione dei poteri è sempre più messa in discussione dall'inciucio, cioè dal quel compromesso, sottobanco, tra quella e questa parte politica, tra questo e quel esponente di governo ed opposizione, che dalla Bicamerale di D'Alema ha sancito l'involuzione delle regole proprie di uno Stato di Diritto, di stampo liberale, sino a portarci ad un Regime, per via legislativa e con acquiescenza di un sistema mediatico controllato o asservito per scelta ed opportunismo.
La notte della Repubblica, il buio dei tanti misteri che avvolgono vicende del potere, continua a tenere nell'ombra e ben protette personalità e alleanze. La sciagurata compagine della P2, ufficialmente sciolta, continua a ritrovarsi, a ripresentarsi nei contenuti e nelle gestioni della finanza, come di parte delle Istituzioni e delle Amministrazioni, dell'economia come del mondo dell'informazione. L'intreccio che nelle loggie massoniche vede personaggi della finanza, della politica, insieme ai colletti bianchi e grigi delle mafie resesi invisibili e apparentemente pulite, non può garantire compiutezza del principio di gestione corretta della cosa pubblica, nel solo interesse del popolo italiano. Chi copre cariche istituzionali, chi amministra la cosa pubblica, qualunque sia la sua collocazione politica, non può, non deve essere appartenente di quella o questa loggia; se lo fa, e tanti, troppi lo fanno a destra come a sinistra e centro, non diviene più certo e sicuro il suo giudizio imparziale, la correttezza delle scelte, l’ordine dei valori viene stravolto.
L'informazione che dovrebbe essere quel "potere" di controllo dell'opinione pubblica, cede il passo, sempre più spesso, alle ragioni di parte o di gruppi di potere. Quando vediamo, conosciamo, giornalisti liberi che scrivono ma i cui pezzi vengono tagliati o cestinati, da chi sta più in alto nelle redazioni, significa che se non siamo alla censura, siamo certamente nel campo dell'autocensura, dell'autolimitazione della propria libertà editoriale e d'informazione, segnale preoccupante e pericoloso come la censura imposta da leggi o corporazioni.
E' la tecnologia e lo spettacolo, la rete che sta permettendo di incrinare questo muro, di rompere il silenzio. Grazie anche all'intuizione ed al coraggio civile di Beppe Grillo, con il suo Blog, o anche di Dario Fo, Daniele Luttazzi, Marco Paolini, Paolo Rossi, Sabina Guzzanti, Massimo Fini, Marco Travaglio, Olivero Beha, Peter Gomez, David Lane, Enzo Biagi, Michele Santoro e quanti, tanti altri, non si fanno tappare la bocca e mantengono viva la parola "democrazia", con siti, blog, libri e spettacoli. Le piazze della 'rete' e le piazze reali, come i teatri che non cedono ai condizionamenti pesanti sulla propria programmazione in cambio di finanziamenti pubblici o privati.
Anche nella Magistratura, la controriforma sta pesando, qualcuno inizia a cedere. I più giovani, coloro che non hanno vissuto le stagioni dell'appropriazione dell'indipendenza e dell'autonomia sanciti dalla Costituzione, ma per decenni inattuati, e che il CSM con tante fatiche ha conquistato anno dopo anno. Vigilano e continuano a combattere ed opporsi, fortunamente, le associazioni dei Magistrati, giudici che da sempre hanno voluto e conquistato nel nostro interesse di cittadini liberi, la pratica dei principi costituzionali. Dai pretori d'assalto ai giudici dell'antiterrorismo, passando per giudici dell'antimafia ed i giudici della stagione di Mani Pulite, ma anche come tanti più giovani togati, come ad esempio Antonio Ingroia e Clementina Forleo, e tanti tanti altri che per fortuna non cedono e non accettano di essere piegati dalle "indicazioni" dell'Esecutivo o alla sicura tranquillità del limitarsi alle cause leggere per non scontentare il potere ed avere una carriera a tappe certe. I porti delle nebbie, la corruzione giudiziaria da parte del potere è stata una piaga pesante da cancellare e solo il coraggio di una testimone e di un gruppo di magistrati, attaccati e diffamati per anni con l'arma mediatica, è stata colpita .
Non è democratico un sistema in cui nelle carcere finiscono solo gli "ultimi" ed i colletti bianchi, condannati per gravi reati a danno di molti cittadini e della cosa pubblica, non passano più che pochi giorni dietro le sbarre. Un sistema classista, in cui i soldi sanciscono il discrimine di chi finisce in cella, non è democratico, non è conforme alla Costituzione, ai valori ed ai principi liberai e tantomeno al principio secondo cui il "carcere è strumento di rieducazione e reinserimento sociale".
E' lo Stato prigioniero della cronica pratica di autoprotezione propria delle classi dirigenti, che hanno usato i porti delle nebbie di certe procure, come amnistie e insabbiamenti, sino ad arrivare a revisioni legislative su terreni come corruzione e mafia, volte a bloccare indagini, trasformando il percorso di indagine ad una corsa ad ostacoli, sino ad arrivare alle famose leggi ad personam e contro personam, per sbarrare la strada della Procura Nazionale Antimafia a Gian Carlo Caselli, ed all'isolamento internazionale come sul terreno del mandato di cattura internazionale, del diritto societario, delle rogatorie e del paradosso della "prescrizione".
Uno Stato spaccato in due, mentre l'anti-Stato ha saputo coordinarsi, unirsi, rendersi invisibile e apparentemente ripulito, spargendosi a macchia d'olio dalle regioni storicamente controllate nel territorio ed in ampi settori strategici della vita pubblica dalla diverse mafie, Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita. Queste hanno saputo adattarsi ai tempi, sfruttare al meglio le leggi via via approvate (quelle ‘vergogna’ degli ultimi anni come il cosiddetto "giusto processo" o la revisione della legge sui collaboratori di giustizia, traendo vantaggio inesorabile e immenso dalla cultura diffusasi), grazie anche sia alla componente mediatica sia all'inciucio che ha alimentato il “sospetto” verso i magistrati e la lentezza della giustizia. Questo progredire dell'affievolimento della fiducia nell'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alla legge, in cui si è portata avanti l'idea che esistono settori e uomini intoccabili, in cui i magistrati sono stati posti alla sbarra dagli imputati, e gli imputati eccellenti si sono trasformati in giudici con la propria corte degli avvocati-parlamentari e cosiddetti giornalisti allineati hanno "processato" e screditato, diffamato e infangato le toghe in prima linea nelle inchieste e procure scomode, da Milano a Palermo.
Questo Stato, in cui si parla e ripete all'infinito il dibattito sulla ripresa, sulla tenuta economica, sul rilancio e sul Pil, quale credibilità può garantire quando il peso della criminalità organizzata, italiana e straniera, nell'economia è a livelli mai visti e mai conosciuti in nessun altro paese del mondo. Siamo uno Stato in cui in gran parte del territorio del Sud la vita (dalle scelte urbanistiche al lavoro, passando per la sanità e l'edilizia pubblica) è condizionata, quando non in mano alle cosche mafiose, dove non è possibile investire perchè oltre ai costi di legge vi è il pizzo imposto dalla mafia. Come pensare di essere pienamente un Paese europeo, quando nessuno dall'Europa e dal mondo pensa minimamente di venire ad investire nel nostro Mezzogiorno? Lo Stato ha abbandonato la lotta alla mafia, quel rigore e quella volontà espressa a seguito della stagione delle stragi nei primi anni Novanta. Ha abbandonato i magistrati che a rischio della propria vita hanno continuato e continuano a combatterla. Ha, via via, sancito la “difesa dal processo”, stravolgendo ogni logica liberale propria della difesa nel processo, sbilanciando a favore delle difese "ricche" il peso a danno delle Procure che rappresentano lo Stato, i cittadini.
Le Mafie hanno quindi occupato spazi non tradizionali, nei decenni si sono diffuse, ramificate nel Paese, nel Nord soprattutto, ed anche in Liguria dove viviamo, hanno stretto alleanze con le criminalità straniere, hanno saputo sfruttare i vuoti lasciati da uno Stato spaccato e la paura dalle Istituzioni di dire che la Mafia è arrivata fin qui. Si sono apparentemente ripulite, sono divenute aziende e società che operano nell'economia, vincono e stravincono appalti pubblici, sono divenute le gestrici quasi monopolistiche del traffico dei rifiuti, dei cosiddetti risanamenti ambientali che si dimostrano poi fasulli. Si arricchiscono con il gioco d'azzardo, l'usura ed il pizzo rovinando individui e famiglie e controllando sempre di più il territorio. Si aggiudicano appalti al ribasso nel settore dell'edilizia, con materiali scadenti e lavoro nero, e così entrano anche nella gestione delle forniture sanitarie. Quale impresa pulita ed onesta può competere con capitali illeciti, usati per una concorrenza sleale solo volta al riciclaggio ed al cumulo, alla corruzione, quando non all'intimidazione e minaccia armata? Nessuna.
Beppe Lumia nell'intervento a Campi Bisenzio per l'ottavo vertice della Legalità e della Lotta alla Mafia della Fondazione Antonino Caponnetto, ha detto "Basta all'antimafia del giorno dopo. E' l'ora della lotta alla mafia come una priorità nazionale, è l'ora dell'antimafia del giorno prima". Ecco l'appello a quel pezzo di Stato che parla di mafia solo quando abbiamo morti ammazzati, solo quando è troppo tardi. Non è più tollerabile l'antimafia da corteo, anzi fa schifo quel coro post strage, post morte,... sempre eternamente "post".
Occorre avere il coraggio di colpire le organizzazioni mafiose, secondo la legge, con nettezza, senza mai cedere alcun centimetro al dubbio. Occorre farlo sui livelli ormai assodati quali strategici: quello culturale e sociale e quello repressivo giudiziario. Non possiamo perdere altro tempo, ogni giorno è per loro un occasione di diffusione e arruolamento, soprattutto in tempo di crisi economico-sociale, soprattutto in quelle periferie delle grandi città sempre più abbandonate e depresse, soprattutto dove con le collusione e le commistioni politiche si accreditano come nuovi imprenditori di successo.
Occorre tornare con forza a discuterne nelle scuole come nelle piazze, convincere ogni individuo che la mafia inquina la vita di ciascuno e va a minare ogni sorta di dignità e libertà umana, sia costringendo donne alla prostituzione, che minori o adulti al lavoro nero, sia con la vendita di morte portata sotto la forma di questa o quella droga. Bisogna ritrovare il coraggio di chiamarla con il suo nome: mafia.
Le famiglie mafiose, quelle della 'Ndrangheta e di Cosa Nostra, per fare due esempi sulla realtà genovese, sono bene conosciute, riconoscibili. Alcune sono state colpite da provvedimenti giudiziari, da reclusioni a sequestri e confische pesanti. Ciascuno, che ha avuto a che fare con questo o quell'esponente di "famiglia", sa chi siano, sa da dove provengono i soldi che poi vengono reinvestiti in attività commerciali di copertura come in società che operano sul mercato, per riciclare e cumulare nuovi capitali. Li conosce, li vede vincere appalti pubblici con percentuali come quelle con cui prima di adottare maggiore accortezza, vincevano gli appalti in Calabria o Sicilia, come ai tempi di Salvo Lima e Ciancimino. Lo stanno facendo qui, anche adesso. Vi sono testimonianze importanti che possono rappresentare elemento probatorio certo, per i riscontri che portano e le prove inconfutabili messe a disposizione della magistratura. Abbiamo settori investigativi specializzati preparati, attenti da tempo e soprattutto con il coraggio di portare avanti il lavoro, così come l'avevano indicato Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: con una squadra affiatata. Accanto a questi servitori dello Stato, operano cittadini semplici, persone di ogni professione ed età, che attraverso la “Casa della Legalità - Osservatorio sulla Criminalità e le Mafie” non abbassano (come consigliato da ambienti cosiddetti "progressisti", quelli che il Signor G chiamava "i professionisti del sociale"), il livello dello scontro, bensì moltiplicano le iniziative di raccolta di segnalazioni e denunce, come il monitoraggio sulla presenza ed attività delle cosche in stretto contatto con i reparti investigativi dello Stato, parallelamente ad una più efficace promozione della cultura della legalità e della giustizia sociale, nel contrasto concreto alla cultura mafiosa e del disagio, soprattutto giovanile.
Occorre individuare e colpire quei settori e quelle personalità che fungono da ponte, da collante tra mafie e politica, occorre ancora una volta andare a rompere quell'equilibrio stabilitosi negli anni, che ha fatto della convivenza, quando non della connivenza e complicità, una pratica utile ad alcuni per acquisire consenso e risorse ed agli altri il potere di agire indisturbati in settori strategici e ampi pezzi di territorio.
Non esistono giustificazioni per quanti hanno stretto questo patto, per coloro che accettano la "trattativa" con questa o quella famiglia mafiosa. Non è accettabile che quanti nelle Istituzioni conoscono questo intreccio tra mafia ed affari, tacciano e votino a favore di delibere e progetti legati a società, aziende o cooperative di note famiglie mafiose, più volte indicate nei documenti pubblici e ufficiali degli organi competenti dello Stato. La mafia che ricicla e svolge il suo lavoro in modo invisibile, senza sparare, senza tritolo o omicidi eclatanti, non è meno pericolosa di quella che abbiamo conosciuto quando ha fatto scorrere sangue eccellente o di semplici cittadini. La mafia è un cancro, sempre e comunque, per la cultura che porta, corrosiva della dignità e libertà individuale e collettiva, antitetica ai valori e principi di una società civile e liberale. Si possono mascherare in tanti modi gli eccessi cruenti di queste famiglie, in incidenti come in suicidi, in rapine o gesti incosulti di singoli, ma la mano molte volte è sempre quella dell'organizzazione mafiosa. Ricordiamo al sud come al nord, dopo la stagione stragista ed i duri colpi inflitti dallo Stato con Caselli alla guida della procura di Palermo, hanno scelto una nuova strategia: per i lavori sporchi usare le criminalità straniere o fiancheggiatori esterni alle famiglie, ai clan, spesse volte persone insospettabili, ragazzi o adulti senza precedenti. Non è diversa questa mafia da quella delle stragi, non è giustificabile e non è meno pericolosa. Va colpita in ogni occasione possibile, anche se nei rapporti da essa tessuti, grazie anche agli ambienti massonici, vi sono potenti di questa o questa o quella coalizione e partito politico, anche se vi sono nomi importanti. Non esistono intoccabili, non devono esistere, altrimenti la cultura mafiosa ha intaccato ancora una volta una parte dello Stato, che sceglie di rallentare, di fermare e insabbiare inchieste che possono essere indigeste al potere di turno, sia esso locale o nazionale.
Solo coerenza e coordinamento nell'azione di contrasto alle mafie da parte delle autorità preposte, solo dando fiducia agli uomini dei reparti investigativi, solo con la celerità delle carte in una burocrazia già di per sè lunga, si può dare coraggio alle persone semplici, di collaborare e di testimoniare, di denunciare e combattere anch'essi giorno dopo giorno, quella o questa proposta e attività mafiosa. Le mafie hanno tempi rapidi di decisione e azione, lo Stato non può essere lento quando le combatte, sono a rischio vite umane. Quando la mafia si sente attaccata può reagire con violenza, possono nuovamente cadere semplici cittadini, come i servitori dello Stato. Non ci possono, quindi, essere tempi morti. Bisogna stringersi attorno a chi è minacciato, ai testimoni, a chi denuncia, anche come società civile. Lo Stato deve esserci da subito, non può lasciare chi collabora solo, come se fosse questi un criminale. La protezione dello Stato deve essere, visibile, sempre rapida, per essere efficace. Non è ammissibile che chi denuncia e collabora con lo Stato riceva, come troppo spesso è avvenuto in questo nostro Paese, risposte su questa riga: “deve avere pazienza, i tempi possono essere anche lunghi…in fondo è lei che ha deciso di fare questa scelta, nessuno la costringe”. Una risposta fredda, lontana dal dovere di difendere la persona o le persone che si adoperano coscientemente, mettendosi in pericolo, per aiutare lo Stato a difendere la legalità nel contrasto alle mafie. Risposte di questo tipo, da burocrati, fanno ribrezzo e screditano il lavoro della grande parte della magistratura, compromettendo la fiducia del cittadino nello Stato, come lo scoprire, magari, che anni ed anni di denunce e colloqui con funzionari dello Stato non vengono trasmessi agli uffici di competenza. I fascicoli che vengono sottratti a chi di dovere, le cartelline di verbali e dichiarazioni che vengono dimenticate nei cassetti. Sono omissioni pericolose, sono violazione del principio di collaborazione tra reparti e settori dello Stato. Possono essere per negligenza o sufficienza, ma sono senza dubbio alcuno il batterio che avvelena e indebolisce la delicata macchina della giustizia a tutto vantaggio della criminalità organizzata.
Iniziare a colpire i "colletti ripuliti" delle mafie, i loro protettori nelle stanze dei bottoni, è essenziale per conquistare i giovani alla cultura del "fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità". Solo la pratica di legalità può mettere in evidenza i vantaggi di ciascuno e di tutti dall'estirpare il potere mafioso dalla nostra società, e vincere l’accattivante presa del "denaro facile" che le mafie hanno imparato ad utilizzare per conquistare nuovi territori con omertà, nuova manovalanza tra le giovani generazioni, minando, sempre più diffusamente, la tenuta dello Stato, della civile convivenza. Se vi sono settori o uomini dello Stato che operano in senso contrario, ciò non deve scoraggiare, anzi deve spingere ad andare avanti, ancora con più determinazione e precisione nella denuncia, nel contrasto e nell'azione quotidiana, con accortezza a sempre in "squadra". Chi nello Stato ha paura troverà la forza di vincerla, chi nello Stato vuole aiutare l'anti-Stato, può essere isolato.
Qui, a Genova, colpire le famiglie mafiose che da decenni si sono insediate, arrivando ad inserirsi nei salotti bene della città, significa dare un colpo duro, deciso alle loro organizzazioni, significa indebolirle anche nelle regioni dove sono storicamente più forti e radicate. Quando lo Stato le colpisce, e lo Stato è unito, cittadini e istituzioni, possono essere una o cento le condanne a morte che le cosche infliggono, ma traducendo lo slogan dei ragazzi di Locri "ammazzateci tutti", in atteggiamento di rivolta morale e civile collettivo, si può vincere.
Da Genova insieme, ancora una volta e sempre, a tutti coloro che combattono le mafie e la loro strisciante cultura, ribadiamo che "nessuno può ritenersi assolto", come cantava il nostro Faber, perché con fermezza: "siamo tutti coinvolti".
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